I 7 ARCANGELI NEL PANORAMA CATTOLICO

Alcuni dei testi di riferimento sulla questione; uno in particolare è stato scritto con il noto Angelologo vaticano Don Marcello Stanzione, che non mancheremo mai di ringraziare sentitamente


 

LA STRAORDINARIA E TORMENTATA STORIA DEI 7 ANGELI: IL PIU' GRANDE MISTERO DELLA CRISTIANITA' E NON SOLO

  • Da secoli il mondo cattolico conosce una verità escatologica e soteriologica straordinaria ed unica nel suo genere, presente nel Deposito ma non ufficialmente confermata e predicata dal Magistero Ufficiale, che resta sospesa e in bilico, tra visione e interpretazione, tra speculazione e percezione, tra esegesi ed intuizione. 
  • Stiamo parlando del c.d. culto dei Sette Angeli Assistenti, o dei Sette Spiriti, ovvero ancora dei Sette Arcangeli, dei Sette Principi, dei Sette Capi Celesti: una devozione contraddistinta da una pluralità di appellativi che sembrerebbero individuare sette grandi personalità in perenne lode dell’Eterno.
  • In realtà già la parola “culto” (dal latino cultus, p. pass. di colĕre , che significa coltivare), è utilizzata per loro in modo assolutamente improprio perchè presupporrebbe che qualcuno se ne occupasse, adoperandosi per l’attivazione, la stabilità e/o la continuità liturgica della loro devozione, affinchè essa non cessi, ma progredisca di secolo in secolo.
  • Eppure di ciò non vi è traccia nel mondo cattolico; non esistono infatti a tutt’ oggi preghiere dedicate ai Sette Arcangeli, né liturgie, né riti, né devozioni, né chiese o monasteri loro assegnati!
  • La Chiesa non ammette ufficialmente, infatti, alcun culto di dulia e devozione nei loro confronti; né, ha predisposto  per loro alcun esercizio di  pietà ! 
  • Seppur non proibisca una preghiera generica, personale, all’intero gruppo di Tb 12,15 o di Ap 8,2 , tuttavia, non ha formalizzato su di essi nè riflessioni, nè dottrina e nè fonti di magistero. Essa non si esprime su questo culto: rimane silente. Poichè su di essi,  non si è raggiunta una conoscenza uniforme, la secolare prudenza del Papato,  non consente al momento di definire con certezza questa verità. 
  • Forze contrarie e oscure, che i moderni teologi potrebbero ricondurre anche a satana, foriero di ignoranza, confusione, impostura, hanno nei secoli ottenebrato il culto degli Arcangeli, impedendone ogni predicabilità o invocazione. Come infatti asserì il Santo Papa Pio V° : «Infima aevi conditio saepe efficit ut res vel maxime conspicuae & memorabiles, perplexi erroris caligine sensim abductae, in gravia discrimina prolabantur» ; non di rado, cioè, anche le cose più ragguardevoli e memorabili della nostra fede , come la devozione fiduciosa verso questi Sette Principi del Cielo, a poco a poco, possono venir sminuite, finendo per cadere in gravi pericoli, a causa di errori non emendati! Così i Sette Occhi dell’ Agnello, versano ancor oggi in un limbo meta - devozionale che non consente al cattolico di accedere al loro aiuto; le potenti preghiere di coloro che si trovano innanzi al Trono di Dio, e che vedono Dio direttamente in Volto, non possono giovare in alcun modo al genere umano che non li conosce ed apprezza, anzi addirittura, saltuarialmente li teme come se fossero forze maligne, respingendoli così in toto!

Certamente allora gioverà alle menti dei cristiani, ricapitolare le fonti Sacre in cui essi si nominano e si celebrano e ripercorrere le principali questioni che hanno afflitto la loro devozione.

  • Nel cap. 12° del Libro di Tobia, l'Angelo Raffaele rivela agli attoniti protagonisti di essere: « … uno dei Sette Angeli che sono al servizio di Dio e hanno accesso alla maestà del Signore». Tale affermazione non rimane isolata al solo Libro di Tobia, perché anche nel Libro di Zaccaria, al cap. 4,10 si parla di misteriosi « … sette occhi del Signore che percorrono tutta la terra» ed ancora nel  Libro di Daniele, si accenna all’esistenza di un gruppo di spiriti molto antichi [Dn 10,13]:  i c.d. Primi Principi : Angeli creati per primi rispetto a tutti gli altri di straordinaria potenza. San Clemente di Alessandria, riflettendo su questo passo afferma che: « Sette meritatamente sono quelli in cui risiede un sommo potere; sono questi i sette Principi primogeniti degli Angeli, per cui mezzo Iddio presiede a tutti gli uomini e per questo sono chiamati suoi occhi nell’ Apocalisse» {Stromateis cap. VI°}, e San Cipriano, lo segue a ruota nel Trattato sul Padre Nostro presentandoli come : «Sette angeli giusti che stanno davanti a Dio e conversano con la Sua Maestà».
  • L’esistenza di questi primi spiriti viene indirettamente celebrata anche nell’ Evangelo di Luca. Qui sentiamo l’Arcangelo Gabriele rivelare all’attonito Zaccaria, padre del Precursore la seguente verità: « Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio »[1]  come è scritto in Lc 1,19.
  • Questi sette li troviamo magnificati addirittura nell’ Apocalisse di San Giovanni, specialmente al capitolo primo allorché  in estasi, all’ Apostolo delle Divine Predilezioni furono offerte  : «Grazia e pace … dai Sette Spiriti che stanno innanzi al suo Trono» come in Ap 1,4[2]. Di loro, l’ Apostolo più amato dal Signore, ne parla  ancor meglio al cap. ottavo dove afferma apoditticamente, sulla scorta della traduzione CEI del 2008 (ma non di quella del testo CEI del 1974 che traduce diversamente): «Vidi i Sette Angeli che stanno ritti davanti a Dio» - Ap 8,2[3], e con tale espressione, conferma la sicura esistenza di sette Spiriti -  ambasciatori celesti , gli unici a poter entrare, a preferenza degli altri messi divini, innanzi alla divina Presenza, i quali assistono l’Eterno, come: « sette lampade “ardenti” davanti al trono» come in Ap 4,5[4].
  • Tale rivelazione si accorda pure con le antiche leggende ebraiche. La Pirkè di Rabbi Eliezer, opera aggadica-midrashica sulla Torah, che contiene esegesi dei racconti biblici, datata all’incirca VIII° secolo, al capitolo 4.3 contiene un verso impressionate che attesta della presenza degli Arcangeli come intravisti proprio da San Giovanni : «  Quattro classi di angeli ministranti, assistono e lodano il Santo e Benedetto: il primo campo è guidato da Michele alla sua destra, il secondo campo da Gabriele alla sua sinistra, il terzo campo da Uriele davanti a Lui, e il quarto campo da Raffaele dietro di Lui; e la Shekhinah del Santo e Benedetto è al centro. Egli è seduto su un trono alto ed onoato. Il suo trono è elevato e sospeso nell'aria. L'apparizione della Sua gloria è come il colore dell'ambra. L'ornamento di una corona è sulla Sua testa, e il Nome Ineffabile è sulla Sua fronte. Una metà della Sua gloria è fuoco, l'altra metà è grandine, alla sua destra c'è la vita e alla sua sinistra c'è la morte. Ha uno scettro di fuoco nella sua mano e un velo è steso davanti a lui, e i suoi occhi corrono avanti e indietro per tutta la terra, e i sette angeli, che furono creati per primi, ministrano davanti a lui entro il velo, e questo velo  si chiama Pargod. Il suo sgabello è come fuoco e grandine. Il fuoco lampeggia continuamente attorno al Suo trono, la giustizia e il giudizio sono le fondamenta del Suo trono. E la somiglianza del Suo trono è come un trono di zaffiro con quattro gambe, e le quattro sacre Chajjôth sono fissate a ciascuna gamba, ognuna ha quattro facce e ognuna ha quattro ali, … e questi  sono i Cherubini».

 San Giovanni vide ripetutamente i Sette Angeli ma il Magistero della Chiesa, come detto, rimane ancora cauto, preferendo interpretazioni più allegoriche.

  • La motivazione di tale prudenza, mutuando non a caso le categorie mediche, come se trattassimo di un vero e proprio cancro diffusosi nelle fonti sacre,  ha una eziologia multifattoriale, difficile da sintetizzare e soprattutto da disinnescare in poche battute. L’affermazione dell’ Angelo Raffaele di Tb 12,15 presente oggi nella traduzione CEI 2008, deriva in realtà da un testo ridotto o condensato di San Girolamo, tratto a sua volta da un originale ebraico e/o aramaico molto più ampio; tanti teologi, privati dell’esatta formulazione dell’Angelo, hanno conferito alla espressione « sono uno dei sette Angeli» di Tobia, non valore reale e dogmatico, bensì allegorico, trattandola come un’ analogia di molteplicità come avviene ad esempio per il testo di 1 Sam 2,1-11: « La sterile ha partorito sette volte».Solo negli ultimi secoli, grazie anche a diverse scoperte archeologiche, sono state lentissimamente recepite, molte  varianti di questa frase, le quali hanno finito enormemente per arricchire il significato della espressione pronunciata dall’ Angelo, consentendo un confronto più ampio. Non possediamo il testo ebraico o aramaico del passo di Tb 12,15 perché, come ci indicano gli autori: Marco Zappella[5] e, Giancarlo Toloni[6], massimi esperti nel campo – usiamo qui un neologismo un po peregrino – “tobiologico”; nei reperti rinvenuti nella quarta caverna di Qumran, questa clausola viene a mancare dai quattro manoscritti aramaici e da quello ebraico[7].
  • Restano in ogni caso, diverse versioni del passo in greco dove si annoverano ben 3 codici che lo riportano in modo molto diverso dall’attuale versione. 1a VARIANTE GRECA – CODICE ALESSANDRINO / VATICANO (detto: GI) - «Io sono Raffaele, uno dei sette santi angeli, che portano lassù le preghiere dei santi e sono ammessi davanti alla gloria del Santo»[8] ; 2a VARIANTE GRECA / CODICE SINAITICO (detto: א o GII) - «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che stanno al servizio di Dio e che hanno accesso al Signore glorioso»[9]; 3a VARIANTE GRECA / detta GIII o terzo codice greco che si riferisce al a due manoscritti di Ferrara forma testuale che non segue il codice GI di Tobia dal capitolo 6,8 al capitolo 13,8 - «Io sono Raffaele, uno di quelli che fanno assistenza davanti al Trono di Dio» [10] La forma testuale sostenuta dai frammenti semitici di Qumran è affine a quella oggi comunemente denominata GII, il cui rappresentante più autorevole è il codice Sinaitico. Ne derivera la posteriorità della forma testuale GI , testimoniata in modo particolare da uno dei codici di cui è composto ovvero quello chiamato Vaticano, mentre, la forma  GIII , dove non compare il numero sette, non sarebbe autentica, ma essenzialmente una rielaborazione delle precedenti.
  • Tutte queste molteplici varianti indicano in ogni caso una complessità profetica molto diversa da quella laconicamente ricavabile dalla semplice espressione delle traduzioni della CEI, dimostrando l’esistenza di un gruppo particolare di Sette Spiriti, superiori a tutti gli altri che svolgono specifici compiti e assistono innanzi a Dio, in quanto sono gli unici ammessi ad entrare alla presenza della sua Gloria, nonché a portare le preghiere dei Santi.
  • A tanto si aggiunge che anche nella clausola di Tb 3,16, che pure non compare nei rotoli o pergamete di Qumran,  i testimoni greci del testo (GI e GII ) propongono due lezioni molto diverse. Ad esempio l’ Alessandrino, diversamente dal Sinaitico (o GII ) traduce TOBIA 3,16 – in questo modo:  «… e la preghiera di entrambi fu accolta davanti alla gloria del grande Raffaele[11]»,  in luogo di: «In quel medesimo istante, la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio »[12], individuando direttamente in capo al “grande” Raffaele, (come anche avvenuto per il “grande” Michele, in Dn 12,1[13]), e non direttamente in capo a Dio, la dimensione della misericordia divina, mediata dall’ Angelo del Trono. La ragione di ciò è che costoro sono in effetti Angeli del Volto (c.d. Malack ha Panim , utilizziamo il singolare) , alti emissari di Dio che parlano in sua vece al profeta, come se fossero Dio Medesimo[14].

Ma il problema esegetico – etimologico - filologico attanaglia anche altri libri, proprio nelle parti c.d. Arcangeliche.

  • Il Libro di Zaccaria, introduce sette mistici elementi, dove viene mostrata al profeta una pietra sulla quale sussistono «ἑπτὰ ὀφθαλμοί» cioè:  Sette Occhi [Zc 3,9]: «Ecco la pietra che io pongo davanti a Giosuè: sette occhi sono su quest'unica pietra; io stesso inciderò la sua iscrizione - oracolo del Signore degli eserciti - e rimuoverò in un sol giorno l'iniquità da questo paese» [ Zc 3,9 ].
  • Ora però al capitolo successivo, l’ espressione contenuta in Zaccaria 4,10, viene resa sia dal testo CEI 1974 che da quello CEI 2008 in modo non troppo felice, producendo delle ienvitabili confusioni : «Chi oserà disprezzare il giorno di così modesti inizi? Si gioirà vedendo il filo a piombo in mano a Zorobabele. Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra». [ Zc 4,10] , perché la frase che recita: « Le sette lucerne rappresentano … » non esiste in greco, trattandosi di un’ aggiunta dei traduttori, che hanno voluto eguagliare le lampade dei sette bracci del candeliere – menorah -  con le fiammelle accese su di esse! E’ evidente invece il collegamento tra l’Apocalisse e Zaccaria  perché proprio in quel libro, per la prima volte si esprime l’idea di: « sette occhi sorveglianti e percorritori del mondo» Zc 4,10 i quali sono sette fiaccole accese che ardono davanti al trono.  Confrontando i testi, non può che notarsi una certa difficoltà tra il testo CEI del 1974 e qullo del 2008 a esattamente intepretare i passi relativi alle lampade e agli occhi, soprattutto in Apocalisse, dove si afferma: CEI 1974 - Ap 1,20 - Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d`oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.; CEI 2008 - Ap 1,20 - Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d'oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese. Testimone GRECO - Ap 1,20 - τῶν ἑπτὰ ἀστέρων οὓς εἶδες ἐπὶ τῆς δεξιᾶς μου, καὶ τὰς ἑπτὰ λυχνίας τὰς χρυσᾶς· οἱ ἑπτὰ ἀστέρες ἄγγελοι τῶν ἑπτὰ ἐκκλησιῶν εἰσιν, καὶ αἱ λυχνίαι αἱ ἑπτὰ ἑπτὰ ἐκκλησίαι εἰσίν. Ed anche CEI 1974 di Ap 4,5 - ette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio;  CEI 2008 di Ap 4,5 - ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio e  Testimone GRECO - Ap 4,5 - αὶ ἑπτὰ λαμπάδες πυρὸς καιόμεναι ἐνώπιον τοῦ θρόνου, ἅ εἰσιν τὰ ἑπτὰ πνεύματα τοῦ θεοῦ. Lo stesso avviene in Ap 5,6 dove  la CEI 1974 traduce:  Poi vidi … un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra, mentre la  CEI 2008 traduce: Poi vidi, … un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra; quanto ancora il Testimone greeco rivela:  Ap 5,6 -  καὶ εἶδον ... ἀρνίον ἑστηκὸς ὡς ἐσφαγμένον, ἔχων κέρατα ἑπτὰ καὶ ὀφθαλμοὺς ἑπτά, οἵ εἰσιν τὰ [ἑπτὰ] πνεύματα τοῦ θεοῦ ἀπεσταλμένοι εἰς πᾶσαν τὴν γῆν.

Si nota che nel 1974,  si erano confuse le lampade presenti in Ap 1,20, con le lampade presenti in Ap 4,5 sebbene con il termine «lampada» si intenda, soprattutto in Ap 1,20 una parola originariamente molto diversa dalla lampada di Ap 4,5 ovvero la parola “lucnia” che significa «Menorah» in ebraico, cioè l’intero lucerniere. Ciò mentre la "lampas" del capitolo 4,5 si riferisce invece alla "fiaccola o fiammella" elemento che non è parte del Santo Lucerniere ma su di esso si pone o meglio si colloca in forma settenaria sui suoi sette bracci! 

  • La lampada presente in Ap 4,5 , in greco “lampas”, al contrario, non è un lucerniere ma una piccola fiaccola o fiammella accesa , che peraltro sta sopra il lucerniere e dunque è una cosa molto diversa.    Queste lampade in Ap 4,5 sono definite dal testo CEI 1974 : «SIMBOLO DEI SETTE SPIRITI DI DIO», mentre il testo CEI 2008, più correttamente dice che le medesime “FIACCOLE o FIAMMELLE” ( e dunque non più lampade) , sono esse stesse i SETTE SPIRITI! Le fiaccole infatti ardono incessantemente davanti al Trono, e si pongono proprio sopra i SETTE LUCERNIERI del capitolo 1, formando  così un simbolismo o misticismo della MENORAH cioè del lucerniere ebraico, che è unione di terra e cielo con i Sette Spiriti o Angeli celesti che si innestano come Sette Lucerne infiammate su quegli antichi Sette Lucernieri terrestri che sono, in realtà,  le Chiese rette dai loro Angeli o Vescovi.   I Sette Spiriti sono dunque : «sette fiaccole ardenti innanzi al Trono di Dio»[15], immerse più di tutte le altre creature nelle ardenti « fiamme del sacro cuore di Gesù Cristo» .  Proprio per questo l’ Apostolo delle Divine Predilezioni parla nel capitolo AP 5,6 di un « … un Agnello, come immolato – che -  …aveva … Sette Occhi, essi sono i Sette Spiriti di Dio mandati su tutta la terra»[16]. È  evidente che aderendo alla dimensione semantica , esegetica e liturgica del Vecchio e del Nuovo Testamento globalmente considerati, costoro SETTE SPIRITI, ORA OCCHI, ORA FIACCOLE ACCESE,  altri non sono che i Sette Angeli del Volto (o della presenza) di Dio, manifestazione sensibile della esistenza trascendente di Dio che si fa immanente per comunicare con i  profeti. 

Anche il libro di Daniele  fa menzione proprio di Primi Principi innanzi a Dio, ma le due versioni pervenute quella dei c.d. LXX e quella di Teodozione, in alcuni punti cambiano gli appellativi.  

  • La versione greca dei LXX, differisce dal testo ebraico attuale (Testo Masoretico), la quale rispecchia una tradizione testuale diversa. La versione greca di Teodozione (traduttore vissuto verso il 170) segue il Testo Masoretico attuale, ma in una forma ancora migliore. Il passo di Daniele 10,13 coincide perfettamente nella versione dei LXX e di Teodozione dicendo : «però Michele, uno dei primi prìncipi»[17]: mentre non coincide perfettamente il passo di Daniele 12,1 nella versione dei LXX° e in quella di Teodozione perché in quest’ultima si afferma: « Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe»[18] mentre nei LXX classici al contrario si dice: « Or in quel tempo sorgerà Michele, l’Angelo Sommo o l’ Angelo per eccellenza »[19]
  • Il latino segue il greco di Teodozione, usando l’appellativo “Princeps Magnus”[20] al posto del greco “o Archon o Megas”, che è la traduzione più diretta della Tanakh « mîḵā’ēl haśśar hagāḏwōl »;i LXX introducono un appellativo diverso ovvero “o Anghelos o Megas” , che è quanto più vicino alla parola Arcangelo, cioè Angelo per eccellenza, ma non è seguito dalla Vulgata e dalla CEI .  In ebraico, il passo della Tanakh  di DN 10,13 è : «mîḵā’ēl ’ aḥaḏ haśśārîm hāri’šōnîm»; la parola ebraica «rosh», (principio / inizio / primo) che ricorre peraltro anche all’inizio della Genesi - c.d. “In Principio” - identifica una primazialità non solo gerarchica ma anche cronologica ed escatologica. Essa viene tradotta dalle LXX, con il termine «archè», che significa appunto: “prinicipio o origine”, e la Bibbia greca infatti, inizia proprio con la frase «en archè» - ἐν ἀρχῇ -  (in principio) omologa dell’ebraico: «bereshit». Questi ἄρχοντες – Arconti: parola delle LXX, che traduce l’ebraico Sarim (Principi); sono dunque non solo primi, ma anche i più antichi.  Il Testo ebraico come ricordato prima, usa le parole « Sarim Harishonim» per indicare questo gruppo di vertice o di primi principi; mentre per San Michele, la Tanakh di Daniele 12 , inserisce  il termine «Sar Haggadol» ovvero il «Gran Principe», dove « רש - śar » sta per principe, o capo , mentre la parola «Gran» corrisponde all’ebraico « ולֹדָּג gadol » che significa appunto « grande in ogni senso, cioè possente, nobile in assoluto». Ciò posto, vi sono dei «Principi più nobili, ma anche più Antichi » che abbiamo visto stare al vertice delle Gerarchie degli Angeli, di cui S. Michele, è il più nobile, nonché anche il capo[21]. 

A questo punto, se dal Libro di Daniele giungiamo fino all’Apocalisse di San Giovanni, troviamo perfettamente rispecchiata quest’idea verticistica di Spiriti nel dodicesimo Capitolo, dove neanche a farlo apposta Michele, torna ancora una volta, nella straordinaria immagine della battaglia celeste: « Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli » [Ap 12,7] .

  • Facendo riferimento al passo testè citato, si notano delle contiguità molto forti con il Testo di Daniele. Difatti S. Giovanni ci descrive , un essere chiamato: (1) « grande drago» e un (2) «serpente antico». Il primo elemento – il grande drago -  viene individuato dalle LXX con il seguente termine: «ὁ δράκων ὁ μέγας» ( O Drakon o megas) , frase che ci ricorda qualcosa. Qui dobbiamo riportare direttamente il greco proprio per consentire di mettere a paragone le frasi: Daniele 12,1 riporta « ὁ ἄρχων ὁ μέγας» il gran principe (Michele); Apocalisse 12,9 «ὁ δράκων ὁ μέγας»il grande drago (Satana).; Tobia 3,16 dell'Alessandrino « τοῦ μεγάλου Ραφαηλ »  il grande Raffaele.
  • Il secondo elemento – serpente antico -  viene individuato dalle LXX come segue « ὁ ὄφις ὁ ἀρχαῖος» ovvero (Ofis Archaios) . La parola Ofis - ὄφις designa il Serpente cioè il tentatore dei primi progenitori. Esso è definito « αρχαιος - archaios » cioè antico,  derivando direttamente dal greco «αρχή» (archè), che singifica «principio, inizio » come si evince dal primo versetto della Genesi «in principio Dio creò il Cielo e la terra », dove appunto la frase «in principio» è resa in greco «ἐν ἀρχῇ» (en archè). In tale accezione con questo termine si vuole indicare il capo o la testa di qualcosa in ogni senso: letterale, allegorico, spaziale e temporale.  Il significato dunque di Antico è molto profondo ma anche molto chiaro: in DANIELE 10,13 Michele è “uno degli antichi principi”[22]  come in AP 12,9  anche il Serpente “è un antico principe”[23].
  • Il Testo Sacro grida dunque che i termini: « primi principi - gran principe -  gran drago -  serpente antico» sono in correlazione, designando «un gruppo di spiriti primordiali» di cui non viene esplicitato il numero ma di cui la Bibbia esprime talvolta anche il nome.
  • Vi era dunque un gruppo di Angeli superiori chiamati Primi Principi, o Proto - Arconti, o Primi Arcangeli, che erano stati designati da Dio per assistere e accompagnare l’uomo[24] [25].

Nell’ Apocalisse di San Giovanni sono superbamente e frequentemente richiamati molti dei simboli che abbiamo introdotto precedentemente. Così anche sono richiamati proprio i nostri Sette Arcangeli.

  • Al capitolo 1,4 dell’Apocalisse si concede grazia e pace « da Colui che è, che era e che viene», ed altresì «dai Sette Spiriti che stanno innanzi al Trono di Lui» [ Ap 1,4][26].  È evidente il richiamo con Tobia 12,15, ma non può essere predicato nella Chiesa Cattolica per le note difficoltà da parte della stessa di associare termini diversi, in mancanza di una interpretazione uniforme, generalmente riconosciuta. Solo recentemente, la traduzione della Bibbia delle Edizioni Paoline del 2014 ha in realtà cambiato leggermente le carte in tavola, traducendo la clausola di Tb 12,15 in modo difforme dalle CEI: « Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono al servizio di Dio e hanno accesso alla maestà del Signore», rispetto alla seguente traduzione: « Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore», mentre ha aggiunto in punto di Ap 1,4: « … Da parte de Sette  Spiriti che stanno davanti al Trono di lui» nella nota 1.-4 che: «…I sette Spiriti, rammentati già in Tb 12,15 sono raffigurati nelle sette lampade di 4,5 e ricevono le sette trombe in 8,2…»! 
  • Queste difficoltà hanno interessato gran parte del testo Apocalittico, soprattutto la prima parte, dove vi è stata il dubbio di cosa fossero i Sette Spiriti, i Sette Angeli, le Sette Fiaccole e i Sette Occhi. Che si tratti delle stesse persone è reso evidente da una serie di circostanze! Se l’Evangelista avesse scorto realmente sette spiriti diversi da sette angeli, avrebbe parlato di 14 o 21 elementi innanzi al trono, a seconda del tipo di Settenario indicato. 
  • Ma al cospetto di Dio vi sono soltanto 7 sacre persone!!! 
  • Ciò è soprattutto chiarito nell' 8 capitolo dell’Apocalisse che ha allo stesso modo risentito delle diverse traduzioni dei testi della CEI. Il testo greco dell' Apocalisse recita in modo ancor più esplicito, per bocca di San Giovanni il Teologo: « ho visto “I” Sette Angeli che sono ritti davanti a Dio» [ AP 8,2][27] laddove l’articolo «τοὺς» cioè : “i” , indica che San Giovanni alluda proprio ad un gruppo reale di Spiriti Celesti, dotati di grande dignità innanzi all' Eterno, che Lo assistono particolarmente, e non sono soliti, se non in qualche rara circostanza, essere da Dio inviati per opere e ministeri esteriori (diremmo anche minori) e ripete al versetto 6 [28].
  • ​TESTO CEI 1974 di Ap 8,2 - Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.
  • TESTO CEI 2008 di Ap 8,2 - E vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio, e a loro furono date sette trombe.
  • VULGATA di Ap 8,2 - Et vidi septem angelos stantes in conspectu Dei: et datæ sunt illis septem tubæ.
  • TESTO GRECO di  Ap 8,2 -  καὶ εἶδον τοὺς ἑπτὰ ἀγγέλους οἳ ἐνώπιον τοῦ θεοῦ ἑστήκασιν

Insomma ci si rende perfettamente conto che coloro che stanno « ἐνώπιον τοῦ θεοῦ » cioè “innanzi a Dio”, e non invece « ἐν μέσῳ τοῦ θρόνου καὶ κύκλῳ τοῦ θρόνου»  cioè “intorno al trono e/o nel mezzo del trono di Dio” (Ap 4,6), come la miriade di tutti gli altri Angeli, delle Sante Creature tetramorfiche e dei 24 presbiteri, sono solo i Sette Spiriti! Solo una lettura controintuitiva del testo può far pensare ad allegorie o simboli: stranamente proprio questa idea è penetrata nella Chiesa !!!

  • Che siano Angeli e non lo Spirito Santo è poi manifestato verso la fine del libro in modo chiarissimo ovvero in Ap 19,9-10: «Allora l'angelo mi disse: "Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!". Poi aggiunse: "Queste sono parole veraci di Dio". Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: "Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. E' Dio che devi adorare". La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia». Lo Spirito assume chiaramente di essere un “servo angelico”, dimostrando di constare in una essenza inferiore a Dio e non in Dio stesso, come molti ritengono. E tale immagine è sufficiente a capire che quei Sette Angeli non sono lo SPIRITO SANTO proprio perché non ricevono alcun culto di latria: tutti si prostrano solo e soltanto davanti all’Agnello e non invece davanti ai Sette Spiriti ; dunque essi non sono Dio!
  • Il problema però non è solo etimologico od esegetico, ma anche epistemologico e filologico.

TUTTA COLPA DEL FINTO DIONIGI AREOPAGITA !!!

Tra  IV° e VI° secolo, l’ingresso nel generale panorama delle fonti sacre cristiane dell’opera: De Coelesti Hierarchia dell’ autore chiamato: Pseudo – Dionigi l’ Aeropagita provocò un cambiamento liturgico, esegetico e contro intuitivo della posizione, del ruolo, del numero e del ministero degli Arcangeli e una degenerazione morfosintattica del loro appellativo liturgico – Arcangelo -  che da “massimo spirito” andò a designare un angelo di categoria inferiore.   

  • Infatti, la parola «Arcangelo» deriva dal greco  αρχάγγελος. Il prefisso greco αρχ- (arc-) identifica un soggetto «che governa, che dirige, che comanda, che conduce» giammai una persona di basso livello. Quando viene aggiunto a άγγελος , il significato diventa pertanto «angelo capo» o «angelo per eccellenza ». Qui però ciò che si evidenzia è l’assenza di una evoluzione , quanto bensì la presenza di una “degenerazione morfosintattica” del termine Arcangelo nella tradizione ecclesiastica cattolica, perchè anziché indicare l’eccellenza, ha finito per identificare stranamente uno spirito di basso livello![29]
  • Osserva allora il celebre mons. Francesco Spadafora[30]:  «Così Gesù è ἀρχιποίμεν (I Pt 5,4), il Pastore Supremo delle nostre anime e parallelamente ἀρχάγγελος è "il capo supremo degli Angeli" e tale di fatto appare Michele nell’ Apocalisse (12,7; c.f. anche Dan. 12, 1: dove Michele è il «grande capo»). Come giustamente rileva il Romeo, anche il termine ἀρχάγγελος, come già altri formati col medesimo prefisso, che , usati in un primo tempo per denominare: « una persona unica suprema nel suo ordine », in seguito si adoperarono al plurale per più persone dello stesso ordine e dignità, fu adottato per designare « più principi celesti ». Nella classificazione adottata dallo Pseudo Dionigi (c.f. De Caelesti Hierarchia, VI, 2 in PG , III coll. 204-5) i celebri nove «cori» angelici conservano agli Arcangeli il penultimo posto. L'opera di questo autore, importata in occidente da San Gregorio Magno e tradotta in latino verso l'870, fu ripresa da S. Tommaso e da Dante (c.f Paradiso , Canto XXVIII) , ma oggi questa gerarchia viene giustamente respinta» 
  • Nonostante ciò, dopo esser stato a lungo ritenuto il vero Dionigi Aeropagita, solo verso la fine del XIX° secolo, grazie agli studi congiunti dei sacerdoti, l’uno cattolico e l’altro protestante: Hugo Koch[31] e Joseph Stiglmayr[32] si comprese realmente che tale personaggio era ben più tardo dal succitato Santo converito da Paolo ad Atene, perché risalente perlomeno al V o al VI secolo d.c.;  e non era neanche un cristiano tout court, ma bensì un discepolo del neoplatonico Proclo e dell’esoterista e teurgo Giamblico. Il giudizio del Koch, diviene allora sprezzante e impietoso. Egli definisce l’autore della Gerarchia Celeste nel testo: “Proclo come fonte dello Pseudo-Dionigi Areopagita nella dottrina del male” :   «  Dionisio è un falsario che cela la sua persona sotto la pseudoepigrafia , e di conseguenza,  per non alterare la finzione e non farsi scoprire, deve nascondere le sue fonti in una profonda oscurità. » [33] e recentemente pure l’ autore Franz Dolger, bizantinista tedesco , professore di filologia bizantina e neogreca all'università di Monaco, ha meglio specificato il giudizio sullo pseudo -  Dionigi, apostrofandolo come: «un geniale falsario!» per la maestria  con cui indusse per secoli in errore i teologi.  L’intento di quest’autore era di salvare il paganesimo, inserendo categorie filosofiche platoniche nel pensiero cristiano.
  • Come riferisce il Papa Benedetto XVI°, nella sua celebre udienza generale sullo pseudo Aeropagita del 14 maggio 2008, recitata a piazza san Pietro: « Lo spirito greco, che egli mise al servizio del Vangelo, lo incontrò nei libri di un certo Proclo, morto nel 485 ad Atene: questo autore apparteneva al tardo platonismo, una corrente di pensiero che aveva trasformato la filosofia di Platone in una sorte religione filosofica, il cui scopo alla fine era di creare una grande apologia del politeisimo greco e ritornare, dopo il successo del cristianesimo, all’antica religione greca. Voleva dimostrare che, in realtà, le divinità erano le forze operanti nel cosmo. La conseguenza era che doveva ritenersi più vero il politeismo che il monoteismo, con un unico Dio creatore. Era un grande sistema cosmico di divinità, di forze misteriose, quello che mostrava Proclo, per il quale in questo cosmo deificato l'uomo poteva trovare l'accesso alla divinità. Egli però distingueva le strade per i semplici, i quali non erano in grado di elevarsi ai vertici della verità — per  loro certi riti anche superstiziosi potevano essere sufficienti — e le strade per i saggi, che invece dovevano purificarsi per arrivare alla pura luce. Questo pensiero, come si vede, è profondamente anticristiano. È una reazione tarda contro la vittoria del cristianesimo. Un uso anticristiano di Platone, mentre era già in corso un uso cristiano del grande filosofo».  Questo errore così abbacinante è costato purtroppo la sparizione del gruppo liturgico del 7 Arcangeli dalle fonti cristiane!  

L’opera in questione, infatti, nel dividere il mondo angelico in 9 Cori e 3 Gerarchie,  secondo lo schema triadico di Proclo ,  stravolgeva però l’assetto delle fonti, abbassando gli Arcangeli, dal vertice celeste in cui si trovavano biblicamente – in quanto assistevano innanzi a Dio – ovvero dal cielo serafico, fino al penultimo grado angelico, di poco al di sopra dei semplici angeli custodi, tacendo colpevolmente sull’intero  gruppo dei Sette Angeli o Spiriti assistenti – che non venivano mai nominati – così da privarli pure di attenzione esegetico-dogmatica da parte dell’interprete.

  • Pure S. Tommaso, nella sua Summa Theologica, T. 1, q. 112, sulla scorta di tale opera, che riteneva divinamente ispirata, fu indotto ad abbassare  il grado angelico di San Raffaele portandolo tra gli Angeli infimi, e conseguentemente ad interpretare come un’ allegoria della moltitudine dell’esercito celeste il dato letterale del settenario angelico, ciò perché San Dionigi così aveva insegnato! Tale confusione attinse personalità del calibro di Agostino, Gregorio Magno, Bonaventura e Duns Scoto, citati indistintamente,  i quali produssero abbondanti opere di carattere religioso – dommatico – liturgico, basandosi largamente sul Corpus letterario del finto Dionigi, erroneamente creduto il vero Santo del primo secolo! In conseguenza di tale mutato assetto – pensiamo - , la cristianità confluì verso l’ esegesi triadica di Proclo e novenaria di Giamblico – altro ellenista gnostico, perdipiù veggente e medium - delle sue fonti,  abbandonando l’eptade divina, di cui vi era traccia pure nel libro di Ester. Probabilmente, ed anche per questo motivo,  nel 745 d.c. il Sinodo Romano II° sotto Zaccaria, in perfetta ma inconsapevole adesione con il modello filosofico dei succitati autori gnostici, cancellò dalle fonti il nome di Uriele: il quarto spirito assistente, privilegiando un assetto triadico pure degli Arcangeli rimanenti, ovvero Michele, Gabriele e Raffaele.    

 LA VENUTA DEL PRIMO SANTO : IL BEATO AMADEO DA SYLVA. INVIATO DA DIO PER EMENDARE GLI ERRORI !

Dopo alcuni secoli di oblio, nel 1400 d.c., giunse a Roma fra’ Amadeo da Sylva, detto “il Beato” (1420-1482), francescano di origine portoghese, accreditato per estasi e miracoli, autore di una modifica della regola francescana, che dall’origine fu chiamata “riforma amadeita” contraddistinta da rigore estremo per la regola del fondatore.  

  • Sisto IV°  lo chiamò nella Città Eterna, nominandolo segretario particolare e suo confessore e gli donò,  con la bolla del 18 maggio 1472, la Chiesa di San Pietro a Montorio con il monastero attiguo che, un tempo abitato da suore francescane,  si trovava ancora in uno stato di abbandono. Fu il frate Amadeo ad avere l’onore di emendare l’antico errore e di conoscere misticamente i sette nomi degli Arcangeli: era tutto sbagliato dunque; e a spiegare la circostanza non fu un semplice uomo , ma addirittura l’ Arcangelo Gabriele in persona!  Non è vero, come disse Dionigi, che gli Arcangeli costituiscono dunque il Coro tra i più infimi nel Cielo, anzi con tale termine, ci si riferisce ai Sette Supremi Principi di tutte le Schiere.  In queste visioni, l’Arcangelo Gabriele rivelò dunque l’esistenza dei Sette Arcangeli e dei loro nomi in questo significativo modo: « Siamo i Sette Angeli che veneriamo la Genitrice del Nostro Dio. Superiamo tutti gli altri del vostro genere. Poiché ciò, non è noto presso di voi, apprendilo e scrivilo affinché il pastore che verrà possa promulgarlo su tutta la terra … Non è giusto credere che ciascuno dei vostri Santi sia innalzato sopra i meriti di ogni Angelo e di ogni Arcangelo, non dovendo intendersi con il nome di Arcangelo il secondo Coro che sale verso l’alto ma tutti quelli che sono chiamati Angeli Superiori: tuttavia questa sentenza non fu impressa negli ecclesiastici: Infatti oggi voi continuate ad anteporre i vostrii Santi uomini a tutti noi Angeli  … Apprendi i nostri nomi! Michele è il primo, io il secondo, Raffaele mi segue, a Raffaele segue Uriele, ad Uriele segue Sealtiele, allo stesso Geudiele, il Settimo è Barachiele».

 LA VENUTA DEL SECONDO SANTO : IL SACERDOTE ANTONIO LO DUCA. INVIATO DA DIO PER PROMUOVERE IL CULTO E CREARE APPARATI ESTERIORI DI PREGHIERA!!!

La questione ritornerà prepotentemente 30 anni più tardi grazie al ritrovamento fortunoso di un misterioso affresco a Palermo e all’opera indefessa di un caparbio sacerdote, che portò il culto a Roma, nel centro della Cristianità.

  • La celebre Basilica romana  di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri deve infatti la sua nascita a tal Antonio Lo Duca (Duca o del Duca), un sacerdote siciliano devoto al culto degli Angeli. Nato a Cefalù nel 1491 e morto a Roma nel 1564, manifestò presto questa sua passione verso gli spiriti celesti, sin da quando, giovanissimo, fu nominato maestro di canto della cattedrale di Palermo (1513-1515), dal canonico e letterato Tommaso Bellorosso, anch’egli devoto dei Sette Principi. Nel 1516, mentre insegnava canto ad un gruppo di chierici scoprì un antico dipinto dei Sette Principi degli Angeli su una parete della chiesetta di Sant’Angelo, che sorgeva accanto alla cattedrale, dove ora è situata invece la piazza Sette Angeli. Le immagini erano disposte su tre ordini. Nel terzo, relativo proprio ai sette angeli, figurava al centro Michele, con il proprio motto dipinto: «victoriosus» (vittorioso), che recava nella mano sinistra una palma verdeggiante e nella destra una lancia dal cui pendeva una bandiera bianca con croce rossa nel mezzo. Di lato figurava Gabriele, detto «nuntius» (nunzio), che teneva in mano una fiaccola posta in una lanterna e nell’altra uno specchio di diaspro verde con macchie rosse; Barachiele, «adiutor» (l’aiutante), stringeva un lembo della veste innanzi al petto stracolmo di rose; Uriele, «fortis socius» (forte compagno), aveva una spada sguainata in mano e un fiamma ai piedi. Dall’altro lato Raffaele, «medicus» (medico), conduceva Tobia e portava un vaso di medicinali; Geudiele, «remunerator» (remuneratore), stringeva nella mano destra una corona d’oro e nella sinistra un flagello a tre cordicelle; Sealtiele, «orator» (oratore), restava raccolto in preghiera con il capo chino e con le mani giunte dinanzi al petto.
  • Il ritrovamento di queste immagini destò grande devozione verso i principi celesti, tanto che la nobiltà di Palermo si riunì in una Confraternita detta dei Sette Angeli o altrimenti “Imperiale” poiché volle iscriversi lo stesso imperatore Carlo V°; la chiesina fu riaperta al culto e don Lo Duca ne divenne rettore.
  • L’altro testimone della scoperta, Monsignor Tommaso Bellorosso, aggiunse alcune ulteriori notizie di carattere soprannaturale al ritrovamento ed alla descrizione delle succitate immagini, che abbiamo tratto dalla sua Opera dei Sette Spiriti, traducendo la fonte direttamente dal latino manoscritto. In realtà, come pare oggi emergere dalle fonti, e dalla ricostruzione del prof. Federico Martino nel bellissimo articolo « Per la storia degli autografi di Tommaso Bellorusso in Mediterranea Ricerche storiche Anno III - Agosto 2006, tra i due Antonio Lo Duca e Tommaso Bellorosso, ad un certo punto non deve aver corso buon sangue, tant’è che nessuno dei due accenna minimamente al compagno nelle proprie pubblicazioni. Antonio lo Duca non parla mai di Bellorosso e così fa il protonotaro ricevendo Carlo V, e consegnandogli una minuta dell’opus de Septem Spiritibus quando giunse a Palermo. 
  • Il Martino precisa altresì che: « I rapporti di questo sacerdote di Cefalù con Bellorusso meriterebbero di essere meglio indagati. Abbiamo la sensazione che, senza tacere il ruolo svolto dal suo più anziano protettore nella “invenzione” del culto angelico, il Duca tenda a ridurne, se non ad annullarne, l’importanza. Citiamo solo due esempi. È difficilmente credibile che Antonio, in costante contatto con Tommaso per lunghi anni, non sapesse che i nomi degli angeli rinvenuti erano quelli contenuti nella «Apocalypsis Nova» del Beato Amadeo, ripetutamente citata nell’«Opus» (ms. X.G.5, cc. 51v; 88v; 89v; 90r; 93r; 103r; 105r), e asserisca, invece, di averlo appreso a Roma, verso il 1530-1532, dal cardinale Antonio del Monte (Catalani, Historia dell’erettione cit., p. 46). Inoltre, il suo biografo rivendica al Duca il merito di aver correttamente interpretato la profezia secondo la quale il culto dei sette angeli sarebbe stato ripristinato quando «la mitra» avrebbe «veduto per lo vetro», cioè al tempo di Leone X, obbligato dalla miopia ad un uso costante degli occhiali (Catalani, Historia dell’erettione cit., p. 45). Sappiamo, invece, dall’«Opus» che la “rivelazione” venne fatta a Bellorusso da un tale Bartolomeo, pisano, solito recarsi a pregare nella chiesetta dove fu scoperto l’affresco (ms. X.G.5, c. 3v). Peraltro, merita di essere sottolineata la profonda diversità tra i due personaggi: uomo colto e dotato di tendenze speculative il protonotario apostolico, modesto sacerdote, preoccupato quasi esclusivamente degli aspetti liturgici, il Duca ».
  • Pensiamo che il motivo di confitto possa essersi generato a causa del contrasto politico sorto proprio in quegli anni tra Papato e Monarchia Spagnola, che diede origine a due blocchi non sono politici ma anche religiosi e militari, che si contesero le sorti geopolitiche non solo della penisola negli anni a venire. Protonotaio apostolico, canonico, teologo, scrittore, Bellorusso è nato intorno al 1475 a Palermo. Giunse a Roma probabilmente alla fine del 1493 o all'inizio del 1494, dove studiò con Pomponio Leto.  In seguito divenne segretario dell'arcivescovo di Reggio, Pietro Isvaglies, che fu nominato cardinale il 25 settembre 1500. Verso la fine del 1500  accompagnò il suo datore di lavoro in Ungheria, dove rimase come amministratore della diocesi di Vezprem fino al 1512. Dopo il suo ritorno in Sicilia ottienne, tra gli altri incarichi, quello di vicario dell'arcivescovo di Palermo, cardinale Francesco Remolino, e nel 1532 della diocesi di Monreale. Morì nel 1539 (testamento datato 16 ottobre). Tra le sue opere ricordiamo l’ Opus de Septem Spiritibus (1535), il Tractatus de duabus Madalenis (circa 1520/35), la Vita S. Angeli martyris Carmelitani, i Vaticinia de Christianae Reipublicae afflictione ac dein consolatione (1527). In particolare, l’ Opus De Septem Spiritibus In Conspectu Throni Dei Astantibus, recentemente ricomposto da famosi e bravi ricercatori, all’interno della Biblioteca Regionale della Regione Siciliana, scritta in oltre 30 anni di studi,  risulta molto condizionata dall' equivoco sull’ identità dello pseudo Dionigi a tutto svantaggio della componente mistica, davvero rilevante. Essa basa infatti tutta la prima parte sul tentativo di spiegare perché la Gerarchia Celeste di ps. Dionigi Aeropagita, creduto all’epoca del Bellorosso il vero santo ateniese del primo secolo, non avesse detto nulla sui  Sette Arcangeli. Questa clamorosa lacuna, secondo l'autore, dovrebbe essere colmata dalla necessità di prevedere la presenza della c.d. Disciplina Arcani, con la quale si vorrebbe celare al neofita l’alta conoscenza dei Sette Divini Assistenti. Solo nella terza parte dell’ Opus, nel mentre si accinge a descrivere le immagini di ciascun arcangelo, Bellorosso parla anche di alcune circostanze singolari, come di alcuni dialoghi intrattenuti con una sua penitente posseduta, che avrebbe confessato, sotto comando di dire la verità, diversi segreti celesti. In ogni caso le parti più interessanti dell’opus si localizzano sia nell’incipit che in questa terza parte da cui accenniamo in estrema sintesi quanto segue: « … da  giovane, lasciata  la mia patria  siciliana con l’intenzione di impegnarmi negli studi, giunsi a Roma nella cui scuola ho trascorso parecchi anni. Di poi, essendo divenuto lo scrivano privato del Cardinale Pietro Reghini, fui controvoglia condotto nella bassa Ungheria dal medesimo Cardinale, inviato li come legato del Pontefice Massimo , Alessandro Sesto, per la guerra contro i Turchi, i quali reclamavano per sé, con la forza delle armi, Lepanto Modone e Corone, città del Peloponneso , dal dominio dei Veneti. Trascorsi tre anni, poiché il delegato volle andare via da quel luogo, e mi costituì , sebbene non per mia volontà,  suo vicario e rettore della insigne Chiesa di Veszprém , dove il principale tempio è dedicato al divino Michele ed io restaurai e adornai lo stesso , per quanto mi fu possibile, eleggendo quale mio difensore il patrono del  detto tempio. Infine, forzato a stare li per dieci lunghi anni, tornai a Roma e li, passato un bienni, malvolentieri ritornai indietro sul suolo palermitano, dove al di là di ogni  aspettativa trovai un inestimabile tesoro celeste! Difatti, nelle vicinanze della casa dove sono nato, esiste un vecchio tempio dedicato al divino principe Michele presso il quale, da bambino, ero solito entrare, ma né io, né nessun altro, aveva trovato in quel tempietto qualcosa degno di memoria, se non quando giunse il tempo predisposto da Dio.  Infatti, mentre facevo le veci dell’Arcivescovo di Palermo, Cardinale Francesco Sorrentino, e avendo assegnato, ad uno dei lati di detto tempio, abbandonato oramai da tutti, un maestro  di musica per insegnare ai giovani chierici imperiti, un giorno, accompagnato da due persone, uno canonico l’altro invece perito di diritto divino  e umano, entrai nel tempio, colmo di putredine e umidità e straordinariamente tetro, per questo forse da circa vent’anni, mentre reggeva la Chiesa Romana Leone X, dove, avendo spinto avanti i miei compagni, scoprii una storia certamente vecchissima e arcana, scaturente da un’ ambiente  di segretissima teologia e  dipinta li da circa duecento anni , di Sette Primi Principi che stanno  innanzi al Trono di Dio che  ritengo, fino a quel momento non si fosse mai veduta in tutto il mondo cristiano, e né neanche mai da me scorta o esaminata in precedenza. Mi sentii pertanto infiammato da un certo divino ardore per iniziare a rendere manifesto al popolo,  siffatto Sacrosanto Consesso di Sette Eminentissimi Angeli di Dio,  e diedi ordine affinché detto tempio ottenesse un aspetto migliore, e dalle sacre lettere ricavai esistere molti segreti celesti in lode degli stessi, aiutandomi in tali cose i medesimi Angeli, e subito dopo Dio un’ ammirabile lode di somma maestà dei medesimi e mi affaticai per quindici anni sulla difficilissima lezione del divo Dionigi con riferimento  ai celesti Cori dei Santissimi Spiriti al fine di verificare se si potesse ricavare questo settiforme principato tra quelle potenze celesti ed infine, aiutato dalla forza divina, non tanto vi cavai fuori  il suddetto santissimo  ed eminentissimo consesso angelico , ma imparai invece che tutta quanta quell’opera gerarchica era stata per la maggior parte diffusa per rendere manifesti i suddetti sette sommi Angeli di Dio e i loro offici e le loro eccellenze al di sopra di ogni Gerarchia. Per questa ragione nessun teologo contestò apertamente la divina opera della Gerarchia Celeste del beato Dionigi fino a quando non fosse stato correttamente compresa, anzi  le cose ignote superano quelle conosciute. Ma qualcuno potrebbe domandarsi: a che scopo è servita quella narrazione delle mie peregrinazioni ed infine dei miei rimpatri in patria dopo ventun’ anni: mentre la mia volontà sempre si opponeva?  Da questa parte, senza dubbio, ho raccontato affinché il lettore percepisca che le vie del Signore sono insondabili e che io fossi stato ovunque protetto  dai medesimi Santi Angeli, mentre rimanevo o in Pannonia o  nella Città Santa, quasi che dovessi scegliere, oltre a numerosi pericoli superati per volontà divina, se sarei stato privato della vita per mano dei Turchi che stavano per conquistare il Regno della Pannonia, ovvero che non scampassi ai micidiali crociati di quel germanico furore che aveva depredato l’ Urbe, ma ignaro di tali pericoli e protetto dalle insidie di questi nemici, sostenuto da angelica assistenza, ne venni fuori sano e salvo al fine di vedermi conservato intatto questo tesoro celeste, in modo da così procurare vantaggi incommensurabili  per  tutta la Chiesa universale cristiana. E benché non si debba dubitare che, nella mente divina fosse stato prestabilito il tempo esatto di questa celeste ed arcana conoscenza dei Sette Governatori del genere umano, allorquando queste santissime potenze, rimaste ignote, dovevano venire alla luce, dal momento che tutte le cose che sorgono in modo imprevisto, in determinati secoli, sono state previste in quell’ eternità del Sommo Creatore, nondimeno, un certo uomo timorato, chiamato Bartolomeo, nobile pisano, che pregava volentieri in quel tempietto, interrogato da me sul motivo per il quale ardeva di una così grande devozione verso questi Sette Angeli, mi rispose di avere, non so che grande profezia sul  tempo e sulla futura cerimonia  di celebrazione in onore dei Sette Principi degli Angeli , ma non mi ha svelato l’oracolo da dove provenisse, ma aggiunse: « Fino ad oggi ciò mi è stato nascosto ed oscuro, ora invece mi è chiaro, dal momento che esso recitava che questi sette Angeli che stanno innanzi al Trono di Dio si sarebbero dovuti rivelare  in quel tempo in cui la mitra guarderà attraverso un vetro, e la prima, cioè la mitra appartiene al Sommo Pontefice – ora infatti governa la Chiesa romana, Leone X, che non poteva nulla senza l’ausilio di un vetro oculare – e in questo tempo sono iniziate ad esser fatte pubbliche solennità». Audacemente affermava già fosse giunto il tempo prescritto della somma venerazione di questi sette Angeli e dichiarava  di esserne così tanto certo quanto li vedeva essere effigiati ,in modo durevole, con le insegne dei più arcani misteri … « Spesso ebbi un colloquio con uno spirito che possedeva una certa vergine, sui Sette Spiriti Assistenti , dei quali molte cose ci sono ignote, e seppi, sempre per il tramite di quel medesimo spirito maligno, che esso si turbava al solo nome di Uriele , mostrando diversi segni di orrore e timore. Interrogato da me sul motivo per il quale non tremava di paura anche per i nomi degli altri Principi Assistenti, rispose: « Tu non comprendi le cose che sappiamo e manifestiamo; guardami come se avessi davanti a me quest’angelo raffigurato in quella pittura, perché se lo avessi davvero contro di noi, capiresti sempre il  motivo per cui il filo della sua spada punta verso i nostri occhi», e così ho potuto in qualche modo sussurrarvi il senso delle loro parole velate. Questo è quell’Angelo che tiene le chiavi dell’Abisso. Giovanni nella sua Apocalisse al capitolo XX  disse: “Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni”.  Credo che sia proprio questo il motivo per cui quello Spirito Maligno si terrificava alla suono di quel nome “ Uriel” . Infatti così come per natura essi sono tutti bugiardi , l’altra natura (cioè quella angelica n.d.a.) attinge essa con il loro timore … alcuni opinano che (uriele) fosse l’Angelo che parlava con Mosè , descritto in Esodo, dal roveto ardente e incombusto, cosa che viene fuori dalle parole dello stesso  S. Angolo Uriele che parla ad Esdra nel capitolo settimo del Terzo libro … E per rendere più incisiva , una meditazione di tal genere, non voglio tacere un qual certo colloquio infernale che ha avuto una volta ancora con me quello spirito satanico, di cui ho già fatto menzione in questo libro, ma il cui ragionamento fu di tale portata, che nulla è sfuggito dalla mia memoria, (dopo che quello spirito negletto mi aveva rivelato molte cose)  sulla potenza, altezza e maestà dei Sette Principi Assistenti. Difatti un certo giorno che mi appariva affabile e placido nel rispondere lo interrogai sulla potenza dei Sette maggiori Principi Assistenti e affinché non smettesse di parlare , perché stava dicendo quacosa di importante, non lo intertpellai ma gli permesi di parlare come volesse. Così lo stesso mi disse: « Vicario  - difatti allora ero vicario dell’Arcivescovo di Palermo, mons. Sorrentino – se vuoi ricordarti delle mie parole non mi fare domande su queste cose ogni volta che te le ho date per certe perché  questi Sette Principi Assistenti davanti al Trono divino hanno una grande importanza sia in cielo  che in terra che fino all’ Abisso  , e sebbene è giusto che ogni bene scorra prima da Dio , nondimeno per mano di questi principi sono governati sia gli uomini che l’intero mondo, e questi sono proprio quelli che confortarono  Pietro e Paolo e altri dei vostri martiri e li rinsaldarono nella vostra fede cristiana» e dopo queste cose mi interrogò dicendo:  « Dimmi, ti chiedo, chi sono quelli che ritieni essere i maggiori nemici dei cristiani? » al quale quesito non fui capace di rispondere velocemente , così lo stesso mi schernì dicendomi: « Sei Vicario e non conosci queste cose?» , cui  segue un discorso molto astuto e dice: « Non avete peggiori nemici di noi demoni, dal momento che non desideriamo neè il vostro corpo, né i vostri beni, ma solo la vostra anima ; per questo Cristo disse: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna” e sebbene non abbiamo una potestà assoluta di inviare le anime nella Geeena di fuoco , tuttavia con tutte le nostre forze lavoriamo per persuaderle a andare nel luogo infernale e compiamo molti altri mali per sovvertire il mondo e tutto il genere umano se non fossimo trattenuti dagli stessi Angeli.  Ma ora dimmi – ti domando – chi è il nostro più grande avversario che ci trattiene e ci ostacola, affinchè non scateniamo tempeste sulla terra e sui mari, e non distruggiamo , le città, gli alberi, le piantagioni e i frutti della terra, e il parto (feto)  nell’utero  donne, e molti altri mali? Forse  i vostri Santi  (scti) ce lo impediscono ? In verità, in verità, se gli stessi fossero davvero i vostri difensori , sicuramente ce ne saremmo già occupati, se non ci fossero questi Sette Principi degli Angeli e il loro esercito. i vostri santi, infatti,  furono uomini fatti di carne putrida come siete voi , e non è loro demandata questa protezione ; né gli stessi sono a conoscenza del nostro dolo e delle nostre abilità, né del pari intendono il nostro modo di combattere, ma questi Sette Principi e i loro seguaci (comprendono 122/b) tutte le nostre iniquità, gli stessi infatti sono valorosi e abitualmente preparati ai nostri assalti, e sanno come vincerci e annientarci , ma voglio soltanto che tu sappia una cosa: quando invocate l’aiuto dei Santi gli stessi intercedono per voi e per mano degli stessi principi ottengono numerose grazie; quando invece vi rifugiate da questi Principi, se domandate cose giuste , non vi sono date preghiere ma fatti, perché sono potenti ministri e ufficiali di Dio e conoscono ottimamente tutte le cose che avverranno”. Le parole surriferite non si discostano dalla testimonianza del Santo Aeopagita, tratte dal capitolo delle libro delle Gerarchie. Questi Principi sono chiamati comandanti  perché conducono coloro che vogliono ottenere l’accesso a Dio e a quella sacrissima Luce di Dio , e dunque gli Angeli e i Santi inferiori ricorrono dapprima a questi primi e più intimi principi  di Dio così che appaiano essere vicini anche loro al Trono di Dio».

La festa dei Sette Arcangeli si celebrava a Palermo nella seconda domenica dopo Pasqua, secondo la determinazione che l’arcivescovo palermitano comunicò a Papa Clemente VII° il 23 febbraio 1524 (dal 1693 fu spostata al 6 ottobre). Il monastero ottenne nel 1593 da Papa Clemente VIII° la bolla di conferma, mentre nel 1621 Gregorio XV° concesse l’indulgenza plenaria ai fedeli che avrebbero partecipato alle celebrazioni della festa nei sette anni dal 1623 al 1629, privilegio rinnovato da Urbano VIII dal 1643 al 1649, da Clemente XI° dal 1716 al 1722 e da Innocenzo XIII dal 1723 al 1729.

  • Chiusa questa parentesi, le fonti vedono diversificarsi significativamente il cammino di Antonio lo Duca e di Tommaso Bellorosso, che portano avanti il mistero degli Arcangeli senza mai citarsi in alcun modo.  Nel 1527 il sacerdote lo Duca,  si recò a Roma con l’obiettivo di promuovere il culto dei santi arcangeli. Divenuto cappellano della chiesa di Santa Maria di Loreto, ebbe dal cardinale Antonio Maria Ciocchi del Monte l’incarico di comporre, in collaborazione con don Girolamo Maccabei, la Messa e l’Ufficio dei sette angeli principi. Nella compilazione i due sacerdoti si basarono sui riferimenti della Sacra Scrittura ai sette principi celesti: in particolare, le sette luci del candelabro aureo di Mosè (Numeri 8) che don Antonio interpretava come la luce della protezione dei sette angeli verso la Chiesa. L’auspicio del sacerdote era che «come detto candelabro fu mirabile in Gerusalemme, capo del Vecchio Testamento, così in Roma, capo del Nuovo, si doveva fare una chiesa mirabile dei sette angeli e, come le sette lucerne furono collocate sopra detto candeliero per Aaron sommo dei Giudei sacerdote, così le sette immagini dei sette principi degli angeli, figurate dalle sette lucerne, dovevano essere esaltate per mano del sommo sacerdote dei cristiani». Nel 1543 Antonio Lo Duca, recatosi a Venezia per far stampare il libretto con questi testi, commissionò un quadro tratto da un mosaico raffigurante i sette angeli che allora rivestiva la volta dell’altare maggiore nella basilica di San Marco. La copia si trova proprio a Roma, nella detta basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a piazza Esedra. Per identificare i sette arcangeli nel dipinto occorre leggere i cartigli in latino che ciascuno di essi ha in mano:

Michele «Paratus ad animas suscipiendas»; Gabriele «Spiritus Sanctus superveniat in te»; Raffaele «Viatores comitor, infirmos medico»; Uriele «Flammescat igne charitas» ;Sealtiele «Oro, supples, acclinis»; Geudiele «Deum laudantibus praemia retribuo» ; Barachiele «Adiutor, ne derelinquas nos».

  • Un mattino dell’estate del 1541, nella chiesa di Santa Maria di Loreto, il sacerdote all’improvviso vide «una luce più che bianca» che partiva dalle rovine delle Terme di Diocleziano, al cui interno c’era l’immagine di san Saturnino, martire legato alla storia della costruzione delle Terme insieme con i santi diaconi Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sisinnio, il ricco patrizio Trasone e san Marcello papa, che rappresentano i sette martiri più eminenti fra i condannati alla costruzione delle immense Terme. Quella luce gli indicò il luogo nel quale sarebbe dovuto sorgere il grande tempio dedicato ai sette angeli e ai sette martiri. Dopo aver celebrato la Messa, il sacerdote corse alle Terme e trovò l’ambiente centrale ancora ben conservato, così come gli era apparso nella visione. Da quel momento non esitò più a prodigarsi per promuovere un grande tempio alle Terme. Raccontò la visione al cardinale Dionisio Laurerio e al maestro di camera Bartolomeo Saluzio, il quale l’aiutò a scrivere i nomi dei sette angeli sulle colonne della grande galleria centrale delle Terme. Il 17 dicembre 1555, concludendo la celebrazione della Messa dei sette angeli nella chiesa di Santa Maria di Loreto, don Antonio ebbe un’altra significativa visione, riportata nelle fonti della basilica romana: «Baciato l’altare, mi drizzai per dare la benedizione al popolo; sentivo da tutte le vene del corpo il sangue andar in alto insino alla testa e credendomi che fusse stato il sangue, nondimeno per gli effetti era l’anima la quale uscì dal vertice della testa; in quell’istante guardai giù e viddi che io stavo sopra il cielo del proprio colore azzurro e vedendomi tanto in alto ebbi paura, ero vestito delli miei vestimenti perché il corpo stava sopra l’altare vestito delli paramenti della Messa, ma riconoscevo che ero io di circa 25 anni; guardai innante circa passi cinquanta, viddi il cielo di fuoco, dal quale uscì fuore una turba di uomini accompagnata e mescolata d’angeli con le mani innanti et con allegrezza dicendo: “Buona nova, già è stato decretato dalla Santissima Trinità che la chiesa delli sette arcangeli assistenti a Dio nelle Terme Diocletiane sia consacrata; donde uscivano era di cornice di fuoco, quadrata, come la porta di Concistoro di Palazzo. L’angelo più appresso era l’arcangelo Uriele; io lo conobbi perché si rassomigliava a uno che io avea fatto dipingere di forma rossa li tempi passati».
  • La visione ebbe compimento nel 1560, quando papa Pio IV, di ritorno dal sopralluogo ai lavori di Porta Pia, incontrò don Lo Duca, il quale non mancò di rinnovargli la preghiera di consacrare le Terme con l’erezione di una nuova chiesa. Il 27 luglio 1561 Pio IV emanò una Bolla con la quale stabiliva la costruzione nelle Terme di una chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli, concedendone l’officiatura ai Certosini di Santa Croce in Gerusalemme, e il 5 agosto successivo si pose solennemente la prima pietra del nuovo edificio, per la cui costruzione ebbe l’incarico l’ormai ottantaseienne Michelangelo, alla cui morte subentrò il suo allievo Jacopo Del Duca.

Il riconoscimento del culto dei Sette Arcangeli fu però ostacolato da pervicaci e insistenti uomini di Chiesa, i quali senza esaminare meglio la questione, decisero di operare clandestinamente per la soppressione del culto, ingenerando confusione ed equivoci su un culto pubblico, perché presente nel Depositum Fidei.  

  • Il celebre  teologo p. Andrea Vittorelli, nella sua dotta opera dei “Ministerii et Operationi Angeliche”,  edita in 6 libri nel 1616, alle pagg. 275 e ss, ci racconta che, avendo letto la storia della edificazione della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, ricavata dagli scritti di Antonio lo Duca: «…Mirai le Colonne di questa Chiesa, & ritrovai scritti i nomi di tre soli Angeli dalle Divine lettere nominati, cò i nomi dei sette Martiri (voleva Antonio Duca, che Paolo III, ergesse quella mole in tempio, in honore dei sette Angeli E dei sette Martiri) dimandai al Catalani, perché non si vedessero iscritti li  nomi degli altri quattro Angeli, & egli mi rispose, che due letteratissimi & religiosissimi Cardinali; Bellarmino (se non m’inganna la memoria) & Baronio, havevano procurato, che fossero cancellati & forse, per il Concilio Romano».
  •  Eliminati i nomi dalle colonne della Chiesa, la censura si abbattè anche sul predetto dipinto dei Sette Arcangeli, dell’altare maggiore. Verso la fine del sec. XVII , ad Amsterdam venne pubblicata un’opera senza licenza, scritta dal Cardinale cesenate Francesco Albizzi, denominata “Sulla Incostanza nella Fede”, nella quale, il famoso inquisitore rivelava di aver provveduto egli stesso a far cancellare i nomi dei Sette Angeli, riportati su alcuni cartigli dipinti nel quadro di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri « Resta solamente la difficoltà che proviene dalla Chiesa di Palermo dedicata ai suddetti Sette Angeli, i cui nomi sono: Michele virtuosus, Gabriel Nuncius, Raphael Medicus, Uriel Fortis Socius, Ichudiel Remunerator, Barachiel Adiutor, Scaltiel Orator,..Gastaldi … dice, che anche a Roma è visibile simile pittura sull’Altare di Santa Maria degli Angeli, che è vero nel dipinto dell’Altare maggiore, collocata in quel luogo da un certo Presbitero Siciliano: perciò non è per nulla strano, se da un abuso della chiesa Palermitana questo esemplare fosse stato affisso lì. Tuttavia io procurai che i detti nomi venissero cancellati….».

 LA VENUTA DEL TERZO SANTO : IL CAVALIERE PEDRO MARIA HEREDIA DEL RIO. INVIATO DA DIO PER DIFENDERE IL CULTO DALLA CANCELLAZIONE APOSTATICA APPRONTATA DALLA CHIESA !

Ridimensionata l’opera di Antonio lo Duca, gli oppositori dei Sette Arcangeli passarono a controllare ogni dipinto sospetto che avessero trovato, specie a Roma. Il culto dunque venne offuscato per almeno 2 secoli fino all'arrivo provvidenziale di Pedro Maria Heredia del Rio!

  • Solo nel sec XIX° la devozione riprese grazie ad un novello Antonio lo Duca, protagonista di avvenimenti a dir poco straordinari e meravigliosi: il cavaliere spagnolo Pedro Maria Heredia Del Rio (1775 – 1852) . 
  • L’evento scatenante trasse origine dalla cancellazione degli offici liturgici dei 7 Arcangeli di Palermo allorquando entrò a reggere quella Chiesa Metropolitana  Monsignor Mormile nei primi anni del 1800. Questi avvedutosi che l'Officio e la Messa dei sette Angeli unitamente ad altri Offici si recitavano dal clero Palermitano senza alcun Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, ma solamente in forza di qualche peculiare concessione fatta in grazia dei Vice Rè, che governavano la Sicilia sotto il dominio dei Monarchi di Spagna, stabilì di cancellarli dal Calendario Diocesano.

Nel 1825, il cavaliere spagnolo, Pietro Maria Heredia del Rio (1775 – 1852), erudito, politico, poeta e scrittore nonché  ardentissimo propagatore del culto dei sette Angeli, eccitò fortemente il Cardinal Gravina, neoeletto Arcivescovo di Palermo a presentare insieme un'istanza al Sommo Pontefice  LEONE XII   affinchè per ordine della sacra Congregazione dei Riti si riapprovassero l'Officio e la Messa nella Diocesi Palermitana; e fosse anche estesa tale concessione al Clero Romano, e a quello di tutto l' orbe cattolico.

  • Il Cardinale Arcivescovo Gravina, si mostrò favorevole ai desideri del Cavaliere Spagnolo, e si formulò così la prima istanza, a cui sottoscrissero più di cento fra i Cardinali, Vescovi, Vicari Capitolari, Abbati e Superiori Generali di Ordini Religiosi.
  • Leone XII° che sedeva allora sulla Cattedra di S. Pietro rimise la vicenda alla Sacra Congregazione dei Riti, affinchè  decidesse sul merito della domanda. Esaminato il sommario dei documenti, in data 16 dicembre 1826 la Congregazione si riunì per decidere sulla questione, l'esito del quale fu  "Negative in omnibus". Soffrì di mal animo il Cavaliere Heredia della risposta negativa della Sacra Congregazione dei Riti, e preso consiglio da vari illustri personaggi, domandò una nuova udienza, che gli fu accordata.
  • Pertanto avendo presentato ai Padri Porporati una nuova posizione ricca di prove storiche e di sentenze di Teologi  ed avendo in essa risposto a tutte le difficoltà contestategli dal Promotore della Fede e segnatamente a quella del Decreto di S. Zaccaria Papa e del suo Sinodo II Romano, si propose di nuovo la petizione alla Sacra Congregazione dei Riti adunati nel giorno 27 Settembre 1828 la cui risposta fu ancora più perentoria "In decisis et amplius“[34]. Il Cavaliere Heredia non si diede per vinto dalla parola “amplius” che nei giudizi presso le Sacre Congregazioni vieta qualunque ulteriore discussione della causa; ma attendendo un tempo più favorevole,  decise di rimanere nel silenzio.
  • Morto Leone XII°, gli successe Pio VIII°, al quale porse una terza petizione, corredata questa volta da decine di lettere postularotire provenienti da tutto l'orbe cristiano. La prematura morte di Pio VIII° non consentì alcuna ulteriore decisione in merito.
  • A Pio VIII successe Gregorio XVI°. Nello stesso giorno della intronizzazione Pedro Maria Heredia lo pregò di accordargli una quarta proposizione della Causa dei sette Angeli innanzi al supremo Consesso dei Riti. In seguito,  avendogli presentato una nuova istanza con l'elenco di tutti i personaggi illustri che ad essa accedevano; il Sommo Pontefice in data  13 Giugno 1831 la remise semplicemente alla Sacra Congregazione dei Riti.
  • Fece quindi distribuire una quarta posizione con altre delucidazioni alle opposte difficoltà; ma la Sacra Congregazione nell'adunanza ordinaria del 12 Novembre dello stesso anno, tenendo fermi gli effetti della clausola  amplius, neppure volle discutere quella  causa  rescrivendo: "Standum decisioni 16 Decembris 1826“. Allora nel giorno  28 dello stesso mese di Novembre,  l'Heredia per mezzo del Cardinale Giacomo Giustiniani, Segretario dei Memoriali ottenne dal Papa un rescritto  di poter rimettere in corso la  causa  per la quinta  volta.
  • Non piacque però quel rescritto al Cardinale Pedicini, Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, non avendo, secondo il suo parere, espressamente derogato agli effetti della clausola “amplius”. Cionondimeno poichè  il Sommo Pontefice Gregorio XVI° espresse l'intenzione di favorire il Cavaliere Heredia nel fare quella concessione all'udienza del 18 Gennaio dell'anno successivo 1832, la quinta causa fu nuovamente ammessa e  in virtù di questo rescritto pontificio fu presentata per la quinta volta al giudizio della Sacra Congregazione dei Riti nel giorno 7 Aprile 1832.  Siccome nelle varie discussioni si era agitata la questione sulla validità del culto dei sette Angeli, ed il Sommo Pontefice aveva accordata la quinta udienza solamente a riguardo dei molti ed illustri personaggi che avevano firmato la petizione, così fu variato il titolo di essa: " Restaurationis cultus, et adprobationis Officii et Missae in  honorem septem Sanctorum Angelorum.  Instantibus Centumviginti octo Viris in Ecclesiastica Dignitate constitutis; et ad relationem E". et R". D. Card. Odescalchi"  Ponentis rescriptum fuit , In Decisis, et in omnibus ad formam mentis Sanctitatis suae panditae in Rescripto diei 18 Januarii 1832“. 
  • Ma quel rescritto pontificio disponeva che dopo quest'ultimo perentorio giudizio della S. Congregazione dei Riti questa  causa  si dovesse  seppellire in un perpetuo silenzio. 

Tutto sembrava così perduto, ma a riaprire i giochi, ci pensò il Re Ferdinando delle  Due  Sicilie, il quale, grazie all’aiuto del Cardinale Patrizi, nel 1858, propose una nuova e sesta istanza innanzi a Sua Santità Pio IX.

  • Questa sesta proposizione, è stata da noi scoperta all'interno della Bibliteca Pontificia Antonianum, dove giaceva silente. Il motivo di questa sesta proposizione fu probabilmente la notizia che Sua Santità ebbe della proficua protezione dei Sette Arcangeli, elargita alla Sua Persona , all'indomani della fuga precipitosa da Roma, verso Gaeta, laddove fu accolto dal Re Ferdinando. In quell'occasione, il Pontefice, in contatto epistolare con la veggente Maria Domenica Barbagli, fu informato che i Sette Arcangeli avevano miracolosamente scortato Sua Santità durante quel pericoloso viaggio.
  • La causa fu dunque ripresentata all'attenzione del Santo Pontefice Pio IX istante il medesimo Re Ferdinando II a nome dell'intero suo Popolo, nel 1858 con un titolo parzialmente diverso - Adprobationis Officii et Missae in honorem Septem Archangelorum ante Dominum et Agnum adstantium .  Risulta evidente il tentativo di superare le "praecedentes propositiones", attraverso una richiesta di approvazione del gruppo dei Sette Arcangeli e degli offici loro dedicati senza i nomi controversi che avevano generato perplessità. A tal fine il Cardinale Patrizi invocò le clausole di approvazione degli offici liturgici statuiti da Benedetto IV°, in base alle quali, una liturgia può essere concessa se viene recitata da oltre cento anni, e la sua origine perveniene da tempi immemorabili.  
  • L’esito di questa nuova istanza non ci è noto. Verosimilmente il problema rimasto aperto, ne impedisce ancor oggi  una chiara predicabilità.

GLI ASTRI DI SANTITA' DEL XIX E XX SECOLO RILANCIANO IL CULTO. SANTI PERSONAGGI PROPAGATORI DEL ROSARIO E FONDATORI DI MONASTERI E COLLEGI, PROMUOVONO IL CULTO DEI SETTE ARCANGELI IN OGNI DOVE!

Eppure a cavallo tra XIX° e XX° secolo, alcuni Sant’uomini cattolici hanno apertamente espresso una devozione ai Sette Arcangeli dedicando loro le proprie opere e i propri ordini religiosi, diffondendo nuovamente nel mondo il culto dei Sette Arcangeli con i propri nomi, pur in assenza di una proclamazione dogmatica e/ senza attendere l’esito dei 6 precedenti proponimenti.

  • S. Annibale Maria di Francia ( 1851-1927), era devotissimo dei Sette Arcangeli, cui dedicava intense preghiere e numerose novene, ordinando ai due ordini regiliosi da lui fondati le Sante Rogazioni e le Apostole del Divin Zelo, di recetarle sempre anche invocando i Sette nomi. Egli infatti diceva che:  «Nel Libro di Tobia si legge che l’Arcangelo San Raffaele manifestò esser lui uno dei sette Angeli che stanno continuamente alla Divina Presenza [cfr. Tb 12, 15]. Da ciò si rileva che fra tutti gli Angeli che sono innumerevoli, sette hanno una maggiore vicinanza con Dio, ovvero lo contemplano e lo comprendono a preferenza degli altri Angeli. San Giovanni, nell’Apocalisse li raffigura a sette candelabri che ardono sempre innanzi a Dio [cfr. Ap 1, 12]. Questi sette Angeli sono: San Michele Arcangelo che vuol dire: Zelo di Dio; San Gabriele, Fortezza di Dio; San Raffaele, Medicina di Dio; Sant’Uriele, Fuoco di Dio; San Saaltiele, Preghiera di Dio; San Geudiele, Lode di Dio; San Barachiele, Benedizione di Dio. Grande assai è il potere che hanno questi sette gloriosi Angeli presso l’Altissimo. Ogni cristiano dovrebbe onorarli in modo speciale e implorarne la validissima protezione in tutte le circostanze della vita. Che se una grave pubblica sciagura ci minaccia, rivolgiamoci con fede ai sette Angeli della Divina Presenza con ferventi preghiere …»;
  • Gli fa eco il celebre Beato  Bartolo Longo (1841-1926), fondatore e benefattore del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei e consacrato alla Fraternità laica di San Domenico, il quale pure autore di numerosissime opere divulgative sui Santi Angeli, in un lavoro denominato “ San Michele Arcangelo e gli Altri Spiriti Assistenti al Trono di Maria”  afferma : « Chi sono i Sette Spiriti che assistono al Trono di Dio? - Sono sette Angeli che stanno al cospetto dell’Eterno, come rivelò a Tobia uno di essi, l’Arcangelo Raffaele, allorché disse :  - Io sono l’Angelo Raffaele, uno dei Sette che stiamo dinanzi al Signore. E’ cosa certa l’esistenza di queste sette nobilissime Intelligenze, che tra tutti gli Angeli sono le principali, perché ce lo attesta la divina Scrittura. Il Profeta Zaccaria vide in ispirito un candelabro tutto di oro fino che sosteneva sette lampade; ed era ombreggiato da due alberi di olivo, che erano uno a dritta e l’altro a sinistra. Subito egli domandò al suo Angelo custode chi fossero. E l’Angelo rispose: - Le sette lampade sono gli occhi del Signore, cioè i Sette Arcangeli, che scorrono per tutta la terra (Zachar. C. IV). Questa visione di Zaccaria viene confermata dalla visione di S. Giovanni narrata nel primo libro della sua Apocalisse, al capo quarto. L’Evangelista vide sette lampade ardenti innanzi al Trono di Dio. Vide pure che il divino Agnello aveva sette occhi. E così le lampade come gli occhi dell’Agnello, spiega l’Evangelista, sono i Sette Spiriti che assistono a Dio; e come suoi Messi, o Ambasciatori, girano tutta la terra. Essi dunque sono indicati col loro distintivo , di essere, cioè: Occhi di Dio e di Gesù, Lampade fiammeggianti; e due tra loro , Gabriele e Raffaele, sono detti pure Olive pacifiche (filii olei). Il loro ministero comune è di - ammirare e benedire l’infinita liberalità di Dio e la tenerezza del Cuore di Gesù; - di presentare con ogni calore e premura i bisogni nostri a Dio, Padre e Creatore di tutto; - di eseguire i disegni della Paterna Provvidenza di Dio e della carità di Gesù Cristo; -di vegliare sopra di noi e starci dappresso ed impetrarci le grazie necessarie. L’Evangelista invoca questi sette Angeli affinché impetrino la grazia e la pace ai fedeli. Donde si deduce che questi sette Principi sublimissimi hanno una speciale potenza per assistere noi mortali».  
  • Come lui esprimeva un culto di particolare devozione ai nomi anche il celebre  mistico, e venerabile Don Dolindo Ruotolo (1882-1970), autore di opere enciclopediche, di carattere mistico – dogmatico ed  acclarato da Padre Pio, per miracoli e doni soprannaturali che, nella sua opera di Commento sull’ Apocalisse di Giovanni, parte del più generale Commento alla Sacra Scrittura in 33 volumi, scrisse : «… Tutti gli Angeli possono esserci messaggeri di grazie e di misericordia, ma san Giovanni nomina in modo particolare i sette Spiriti che sono vicini a Dio, e che sono ministri di grazie e di pace, per gli uomini. Questi Spiriti eccelsi sono: 1°) Michele, che significa: chi è come Dio? Ed è colui che combatte per gli uomini contro il superbo Lucifero (Ap 12,1); 2°) Gabriele, cioè fortezza di Dio, che annuncia le grandi opere di Dio;3°) Raffaele, cioè medicina di Dio, che cuò l’infermità di Tobia e viene incontro alle nostre infermità e alle nostre debolezze; 4°) Uriele, cioè luce o fuoco di Dio, che illumina gli uomini con la cognizione di Dio e li infiamma del suo amore; 5°) Sealtiel, cioè orazione di Dio, che prega per gli uomini e li spingea pregare; 6°) Giudiel, ossia confessione e lode di Dio, che esorta gli uomini a lodare e benedire Dio7°) Barachiele, ossia benedizione di Dio, che ci procura i benefici divini, e ci spinge a benedirlo e ringraziarlo. …  Dio comunica con le sue creature per mezzo degli Angeli, e i sette Spiriti eccelsi che sono innanzi al suo trono sono i messaggeri dei benefici che ad esse dispensa; per questo San Giovanni avendo nominato Dio che è il vivificatore della Chiesa, che era stato sempre la vita del suo popolo, e che era per venire per rinnovare tutto nel suo amore e per giudicare le genti, nomina subito dopo i sette Spiriti che innanzi al suo trono sono messaggeri di grazie e di pace. e del suo amore in ordine agli uomini…».
  • Il novello Santo Giustino Maria Russolillo (1891-1955), originario di Pianura nel salernitano, della Congregazione religiosa dei Vocazionisti, delle Suore Vocazioniste e dell' Istituto Secolare delle Apostole Vocazioniste della Santificazione Universale, fu talmente devoto dei Sette Arcangeli da dedicare addirittura il simbolo dei vocazionisti alla loro immagine celeste, e scrivendo per loro preghiere ed atti di consacrazione. A testimonianza della sua devozione arcangelicha si esprime in tal modo: «… nei sette angeli supremi splende la relazione di spirito sposa di Dio, perciò è mandato s. Gabriele a concludere le nozze divine con l’umanità nell’incarnazione. Perciò è mandato s. Raffaele a liberare dai demoni una pia giovane e situarla in un connubio felice. È mandato a sanare e consolare ciechi e paralitici perché l’anima veda il suo fine beato, possa percorrere la via, giunga al connubio divino! Perciò alla fine l’anima è presa da s. Michele e portata al cospetto dell’altissimo a ricevere l’anello divino per l’eternità…».
  • L’altro santo sociale, San Leonardo Murialdo (1828-1900), fondatore della Congregazione di San Giuseppe, pensando loro afferma nel secondo giorno di una novena dedicata agli spiriti celesti, scrive altresì:  « Oggi festa di S. Michele Arcangelo e anche di tutti li altri Angeli … La Chiesa onora li Angeli come Amici e Ministri di Dio.  Li " invoca "  Amici e Difensori d’egli uomini.  Ma Dio sopraesaltò S. Michele a Principe delle milizie celesti, 1º Arcangelo, Principe degli Angeli, ed è il 1º difensore e protettore degli uomini e quindi la Chiesa più lo onora, e vuole si invochi.  Ad accender sua Divozione festa di 2ª classe. Nel Confiteor, nelle Litanie, dopo Maria, S. Michele. Così nelle preci dell’agonia, nella Messa da Requiem;  e Leone XIII nelle preci dopo Messa per la Chiesa. La parola Arcangelo significa Principe degli Angeli; Angelo significa inviato, Messaggiero…   7 sono i principali Arcangeli, di cui vedi in Tobia c. XII, 15 e Cornelio a Lapide, Commentarium in Apocalipsem, c. 1°, v. 4°  -  e  Commentarium in Epistolam Judæ Apostoli v. 9.  S. Clemente Alessandrino scrive: Septem sunt quorum maxima est potentia, primogeniti Angelorum principes - primi presso il trono di Dio - Tobiæ XII 15.   Michael: Quis ut Deus? quia pro hom[inibus] pugnat contra sup[erbum] Luciferum; Gabriel: Fortitudo Dei – quia fortia Dei nuntiavit Danieli, Mariæ, etc.   Raphael: Medicina Dei – quia Tobiæ cæcitatem curavit    ; Uriel: Lux Dei vel ignis = nomine illuminat cognitione Dei, et amore ecc.    Ieudiel: Laus Dei; Sealtiel: Oratio Dei - pro hominibus orat, et ad orandum excitat ;Barachiel: Benedictio Dei - ad benedictionem Dei impellit». Su di loro medita pure San Francesco Spinelli fondatore della  congregazione femminile, delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento, il quale costruisce questa particolare preghiera  tratto  nello scritto " conversazioni eucaristiche" : « E voi, sette Principi, che state di continuo presso al trono di Dio e dell’Agnello, fate ch’io rompa, dirò così, con voi lo stesso Pane celeste, e che come voi ne sia tutto acceso e trasformato per amore. Divenga io, ad imitazione vostra, difensore invincibile del Sacramento di Gesù Cristo, penetrato di fervore per la sua gloria e per la dilatazione del suo divin culto. Non respiri più se non de’ suoi Misteri, delle sue massime, delle sue celesti virtù. A Lui sottometta le mie potenze e tutto l’intimo del mio cuore; acciocchè, dopo di averlo glorificato sotto le specie Sacramentali quì in terra, con riverenza pari alla vostra, possa un dì contemplarlo fra i beati splendori della immortalità, ed offerirgli con voi cantici eterni di pura lode, e di puro amore».

2023 OGGI: LE INTERPELLANZE INOLTRATE DAL PRESENTE AUTORE NEI CONFRONTI DI DIVERSE DIOCESI TERRITORIALI, DELLA CONGREGAZIONE PER LE CAUSE DEI SANTI E DI SUA SANTITA' PAPA FRANCESCO, RIMASTE INEVASE, HANNO SEGNATO LA PRESENZA DI UN GRAVISSIMO ERRORE DI DOTTRINA E MAGISTERO, CHE SEGNERA' DEFINITIVAMENTE LA CORRETTA ESEGESI DEL SACRO TESTO LE CUI CONSEGUENZE NON SONO FACILMENTE PREVEDIBILI!!!

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NOTE:

[1] { in greco : ἐγώ εἰμι γαβριὴλ ὁ παρεστηκὼς ἐνώπιον τοῦ θεοῦ}

[2] { in greco χάρις ὑμῖν καὶ εἰρήνη … ἀπὸ τῶν ἑπτὰ πνευμάτων ἃ ἐνώπιον τοῦ θρόνου αὐτοῦ}

[3] {in greco:  εἶδον τοὺς ἑπτὰ ἀγγέλους οἳ ἐνώπιον τοῦ θεοῦ ἑστήκασιν}

[4] {in greco: ἑπτὰ λαμπάδες πυρὸς καιόμεναι ἐνώπιον τοῦ θρόνου, ἅ εἰσιν τὰ ἑπτὰ πνεύματα τοῦ θεοῦ}

[5] in Tobit Introduzione, traduzione e commento (Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali), settembre 2010, San Paolo Edizioni .

[6] in L'originale del Libro di Tobia: Studio filologico-linguistico, in Collana: Textos y Estudios Cardenal Cisneros, 2004, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas (2004).

[7] Si tratta della scoperta e della pubblicazione di quattro testi aramaici e di un testo ebraico di Tobit rinvenuti a Qumran e contraddistinti dalla sigla 4Q196-200 1. Marco Zappella ci dice anche che la pubblicazione di sessantanove frammenti, costituenti non più di un quinto dei testi originali semitici, si ritrova in J.A. Fitzmyer, Tobit, in M. Broshi et al. (edd.), Qumran Cave: XIV. Parabiblical Texts, Part 2 (DJD 19), Oxford 1995, 1-76, tavv. iix. Nel suo commentario Fitzmyer indica che copie risalgono a un arco di tempo compreso tra il 100 a.C. e il 25 d.C. (11) e offre un utile specchietto sinottico con le corrispondenze tra frammenti di Qumran e passi del libro di Tobit (10). Ad essi va aggiunto il frammento del ms. 5234 della collezione Schøyen che appartiene a 4Q196 e che corrisponde a Tob. 14,3-4 (cf. M. Hallermayer - T. Elgvin, Schøyen Ms. 5234: ein neues Tobit-Fragment vom Toten Meer: RevQ 22 [2006] 451-461)

[8] {in greco : ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς ἐκ τῶν ἑπτὰ ἁγίων ἀγγέλων οἳ προσαναφέρουσιν τὰς προσευχὰς τῶν ἁγίων καὶ εἰσπορεύονται ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ ἁγίου}.

[9] {in greco :  ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς τῶν ἑπτὰ ἀγγέλων οἳ παρεστήκασιν καὶ εἰσπορεύονται ἐνώπιον τῆς δόξης κυρίου}.

[10]{in greco : ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς τῶν παρεστὼτὼν ἐνώπιον τοῦ θεῶν}.

[11] {in greco : καὶ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ μεγάλου Ραφαηλ}.

[12] {in greco: ἐν αὐτῷ τῷ καιρῷ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ θεοῦ}

[13] L’aggettivo μεγάλος (megálos – grande / eccellente) deriva dalla medesima parola μέγας (mégas) utilizzata da Teodozione e dai LXX per descrivere l’eccellenza di San Michele in Dn 12,1 e significa: grande, eccellente, massimo.

[14] La figura del Malack Panim – Angelo volto, trova presenza scritturistica esplicita in ISAIA 63,9 , ma la traduzione italiana non rende il significato originario della rivelazione biblica esplicitando: «in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati» L’ «ANGELO DELLA PRESENZA» collocato e nominato proprio qui è scomparso dal testo italiano per una diversa riflessione dei compilatori della Bibbia sulla soteriologia della salvezza. I masoreti pensano che la salvezza sia da attribuirsi ad un Angelo, in primo luogo, mentre le settanta, ritengono che la figura angelica vada eliminata, attribuendo la salvezza solamente a Dio. A causa di tale divergenza, la Bibbia italiana segue a sua volta la tradizione greca dei LXX, che non nomina alcun Angelo del Volto; mentre la Vulgata segue la tradizione dei masoreti. La Tanakh – Isaiah Capitolo 63,9, presenta correttamente l’ ûmalə’aḵə pānāyw seguito a ruota dalla King James Version di Isaia 63,9, che traduce correttamente: «…In all their affliction he was afflicted, and the angel of his presence saved them…». [Fu afflitto in tutte le loro afflizioni, ma l’ Angelo della Presenzali ha salvati]. I XLL invece recitano : «… οὐδὲ ἄγγελος ἀλλ᾽ αὐτὸς κύριος ἔσωσεν …». [Isaiah 63,9] οὐδὲ (oude / e non ) ἄγγελος (Aggelos / l’ Angelo ) ἀλλ᾽ (alla / ma ) αὐτὸς ( autos / il medesimo ) κύριος (Kurios / Signore) ; come si potrà notare facilmente, nei LXX a salvare non è l’Angelo ma è Dio mentre nell’originale di Isaia 63,9 si trovava menzione proprio della parola: Angelo/ Malack – ךאלמ – della faccia/ Panim – םי ָפנ - ּvocalizzato: “ÛMALƏ’AḴƏ PĀNĀYW”. Singolare che nella volgata latina l’Angelo del volto sia tutt’ora presente, perché il passo recita: « In omni tribulatione eorum non est tribulatus, et angelus faciei ejus salvavit eos » a conferma che per il passo in questione si è preso ciò che conveniva al momento. La frase esatta del testo sarebbe dunque «…in tutte le angosce fu afflitto, e l’ ANGELO DELLA SUA PRESENZA li ha salvati…» [Isa 63,9]. Insomma l’ Angelo della presenza” è scomparso in italiano per via di un contrasto tra varianti linguistiche: in primo luogo metodologia e epistemologia prevalgono sulla dimensione liturgica. Questa lettura assume maggiore significato e si svela se ricordiamo che in Esodo 23,20-21 , Dio dichiara: «…Ecco, io mando un angelo (ךאלמ Malach vocalizzato MALƏ’ĀḴƏ) davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza (םי ָפנ ּPresenza o Faccia o volto, da Panim , qui vocalizzato MIPANAYW) , ascolta la sua voce e non ribellarti a lui…». Qui Dio, che manda l’ Angelo che porta il suo nome, dice dunque ancora una cosa, e cioè che la sua presenza merita rispetto. Notiamo ancora una volta nascosto il MALACH PANIM, L’ANGELO DEL VOLTO. L’ Angelo che porta il nome e il Volto di Dio sono dunque sostanzialmente equivalenti (persino intercambiabili) in questi brani, fornendo un fertile terreno esegetico per il collegamento tra l’Angelo di Dio e il volto ipostatico del Signore cioè a dire: “La massima approssimazione alla “nostra immagine” fatta a somiglianza di Dio sarà data dall’ l ’Angelo del Volto”: il più vicino al Trono di Dio». È quell' Angelo a conferire alla Faccia la sua forza, «una forza» scrive Emmanuel Levinas - capace di convincere anche chi non vuole ascoltare. La categoria degli «Angeli del volto» , non solo è presente nel Testo Sacro1 ma trova risconto anche nelle fonti apocrife. Nel Testamento di Levi, ad esempio, nella disposizione delle diverse Gerarchie Angeliche nei diversi cieli, sotto al cielo più alto in cui risiede Dio ci sono gli Arcangeli o «angeli del Volto», che prestano il loro servizio e placano il Signore per tutti i peccati di ignoranza dei giusti. Offrono al Signore un aroma profumato, un sacrificio spirituale e incruento (3,5-6).

[15] {in greco: ἑπτὰ λαμπάδες πυρὸς  καιόμεναι ἐνώπιον τοῦ θρόνου}

[16] {in greco: ἀρνίον ἑστηκὸς ὡς ἐσφαγμένον, ἔχων κέρατα ἑπτὰ καὶ ὀφθαλμοὺς ἑπτά, οἵ εἰσιν τὰ [ἑπτὰ] πνεύματα τοῦ θεοῦ ἀπεσταλμένοι εἰς πᾶσαν τὴν γῆν}

{in latino: ecce Michaël, unus de principibus primis, in greco: καὶ ἰδοὺ Μιχαηλ εἷς τῶν ἀρχόντων τῶν πρώτων, in ebraico : mîḵā’ēl ’aḥaḏ haśśārîm hāri’šōnîm}.

[18] {in greco: καὶ ἐν τῷ καιρῷ ἐκείνῳ ἀναστήσεται Μιχαηλ ὁ ἄρχων ὁ μέγας – versione Teod.}

[19] {in greco: καὶ κατὰ τὴν ὥραν ἐκείνην παρελεύσεται Μιχαηλ ὁ ἄγγελος ὁ μέγας versione LXX}.

[20]{in latino: in tempore autem illo consurget Michaël princeps magnus}

[21] Secondo Vito Mancuso , celebre teologo, che qui richiamiamo solo per la davvero corretta etimologia del termine Archon: « La versione ufficiale della Bibbia a cura della Conferenza episcopale italiana traduce árchon con “principe”, rendendo l’espressione ho árchon tou kosmou toutou con “il principe di questo mondo”. Si tratta però di una traduzione infelice. Nella lingua italiana il termine “principe” rimanda a un potere secondo, a quello del figlio del re, …  In realtà il termine greco árchon ha lo stesso valore del latino dux e del tedesco Führer: è colui che conduce, è il capo, il condottiero. È il leader esattamente nel senso originario del verbo inglese to lead: “condurre, dirigere, capeggiare, comandare”. Ne viene che dal quarto Vangelo occorre trarre una disincantata quanto amara filosofia della storia: il nostro mondo, il mondo degli uomini, ciò che chiamiamo società, o civiltà, oppure oggi sempre più spesso mercato, è governato da un potere maligno che è il principale nemico di Dio e degli uomini» fonte: https://www.infinitoedizioni.it/wp-content/uploads/2017/08/Cristiani-e-a... - Rifiuto di servire l’anima di Vito Mancuso.

[22] {in greco: Μιχαηλ εἷς τῶν ἀρχόντων τῶν πρώτων}.

[23] {in greco: ὁ ὄφις ὁ ἀρχαῖος}.

[24] La stessa interpretazione, la troviamo rivelata da Gesù Cristo in persona a Maria Lataste [1822 – 1847], grande mistica francese del secolo XIX. Nel Libro IV° delle sue Rivelazioni Mistiche , intitolato – GLI ANGELI E GLI UOMINI - , al Capitolo 6°, si riporta il seguente dialogo di Nostro Signore: «…Figlia mia, ti ho parlato dell’angelo custode, oggi voglio parlarti di Lucifero. Lucifero era il più perfetto degli spiriti celesti; perccò d’orgoglio, trascinò con sé anche gli altri angeli ribelli, e vuole da allora trascinare a sé tutti gli uomini. Il nome Lucifero significa portatore di luce. Questo nome indica la grandezza della perfezione e la bellezza perfetta di questo angelo. Apparteneva al livello più vicino a Dio e tra gli angeli di livello superiore era tra i più perfetti. Dico uno dei più perfetti, perché c’erano altri la cui perfezione non era inferiore alla sua. Dico anche uno dei più perfetti, perché non c’era nessuno che avesse una perfezione più grande della sua…».

[25] Così anche in Amadeo nella IVa ESTASI: «… E infatti Cristo Signore, dopo la sua resurrezione mangiò veramente e non solo in apparenza, come quel mio compagno” e indicava l’Angelo Raffaele “il quale non lui in persona, ma mediante un suo nuncio, accompagnò Tobiolo, figlio di Tobia”, e mostrava se stesso magiare del cibo, sebbene non mangiasse in realtà. Non infatti quel Raffaele si recò da Tobia, ma destinò un Angelo dell’ultimo Coro, in sua vece, allo stesso modo di quell’Angelo, che, con il nome di Michele (poiché era del suo gruppo) apparve sul monte Gargano e in altri luoghi, e chiamava se stesso Michele. Lo stesso Michele, in persona, non viene inviato se non per l’aiuto e la salvezza di tutto il popolo. Egli infatti, è il primo di tutti noi, io lo seguo, noi non siamo separati né per natura, né per Coro o secondo Gerarchia. Io sono il secondo Serafino, lui è il primo che è a tal punto nobile che non può essere più nobile di quanto è. Lucifero fu della nostra medesima specie, per questo motivo da voi è detto “supremo”, poiché fu della suprema specie che possa esser creata dal nostro Dio di cui hai udito altrove.  Michele, di conseguenza, non fu reso Principe di tutti gli Angeli da un Coro inferiore, come alcuni sciocchi tra i vostri uomini ritengono, ma per natura è il primo, poiché nella prima specie, che può essere creata fu creato primo individuo di quella. Infatti nelle specie (suddivise), come non pochi di voi opinano, non vi è un procedere all’infinito. La prima specie che può essere creata, è creata e il primo Angelo è creato. Quella non può essere creata maggiore. I vostri dottori dunque, i quali dicono che a qualunque bene dato per finito può esser dato di più, non dicono bene, poiché (non) può essere immaginato di più di ciò che non si può fare o dare...».

[26] { in greco: ἀπὸ τῶν ἑπτὰ πνευμάτων ἃ ἐνώπιον τοῦ θρόνου αὐτοῦ}.

[27] {on greco: εἶδον “τοὺς” ἑπτὰ ἀγγέλους οἳ ἐνώπιον τοῦ θεοῦ ἑστήκασιν}.

[28] Don Claudio Doglio, autore per le Edizioni San Paolo di: Apocalisse, introduzione, traduzione e commento, Nuova Versione della Bibbia dai Testi Antichi -  commentando il passo dell’8° capitolo della Rivelazione, considera in nota:  “I Sette Angeli τοὺς ἑπτὰ ἀγγέλους: Presentati con l’articolo determinativo, gli Angeli della presenza (..) sono figure conosciute dalla tradizione giudaica come le più vicine a Dio …».

[29] Il prefisso «αρχ» indica la supremazia o la leadership, ergo, ambedue Michele e Satana erano spiriti di primissimo livello.   Ma indica anche un tempo remoto e dunque questi due Spiriti erano anche antichi.  Ora accedendo alla grammatica greca questo tema «αρχ» (arch.) con forma alternativa «αρχι-» (archi - particella prepositiva denotante superiorità, preminenza, eccellenza ecc)  può affibbiarsi ad altri temi per far nascere parole completamente nuove.  Talvolta «αρχι-» subisce una elisione, come in arcangelo altre volte può dare luogo alla parola deverbativa «αρχή»  (divenuto nell’angelologia dello pseudo – dionigi addirittura un Coro angelico superiore a San Michele: quello dei principati) dal suffisso «αρχ» (arch.) e dal tema verbale «ἄρχω» (Arkhò - essere il primo, precedere: principiare, cominciare essere il primo come condottiero, signore guidare, comandare, signoreggiare, dominare ) che significa principio o origine  ovvero formare la parola denominativa o secondaria «ᾰ̓ρχαῖος» (antico – come è chiamato il Serpente nell’Apocalisse) che si crea dai medesimi temi ma con un secondo suffisso «- ῖος ».   Con la stessa formula nasce « ἄρχων » che sorge dal participio di «ἄρχω»  e significa: duce, comandante, reggente, dominatore.  Connesso con «ἀρχή» è il termine «ἀρχειν» (árchein), “principiare”, “comandare” .  Da ciò consegue che etimologicamente l’Antico è anche il Primo di una Gerarchia!

Come si vede l’etimologia in questione,  rimanda sempre ad un Angelo eccellente nel suo ruolo “cronologicamente” primo rispetto ad altri giunti in seguito.

[30] Mons. Francesco Spadafora nacque a Cosenza il 1° gennaio 1913; frequentò il Seminario Regionale di Catanzaro, allora affidato alle cure di ottimi Gesuiti; fu ordinato sacerdote a 22 anni il 10 agosto 1935. Conseguita la licenza in teologia presso la Facoltà Teologica di Posillipo (1935-1936), frequentò dal 1936 al 1939 il Pontificio Istituto Biblico dal quale uscì con la laurea in Scienze Bibliche. Fu professore di Sacra Scrittura nei Seminari Regionali di Assisi e Benevento finché nel 1950 fu chiamato a insegnare in Roma al “Marianum” e poi, nel 1956, alla Pontificia Università Lateranense. Godette della fiducia del Prefetto del Sant’Uffizio, card. Alfredo Ottaviani, che era solito consultarlo sui libri di esegesi in esame presso quella Sacra Congregazione.   In detto il Concilio Vaticano II, fu perito per la Sacra Scrittura nella Commissione preparatoria per gli Studi e i Seminari, ove lavorava anche il suo vecchio Maestro mons. Romeo. Autore di più di 30 volumi e di centinaia di saggi specialistici su riviste altamente scientifiche; segretario dell’Associazione Biblica Italiana, mons. Spadafora fondò e diresse per cinque anni la "Rivista Biblica", collaborò a "Palestra del Clero", a "L’Osservatore Romano", a "Divinitas", a "Renovatio" e altre riviste; fu redattore della "Bibliotheca Sanctorum" e curò più di 100 voci dell’"Enciclopedia Cattolica" riguardanti il Vecchio e il Nuovo Testamento.  Mons. Francesco Spadafora muore il 10 marzo 1997, all'età di 84 anni. Fonte: https://www.edizioniamiciziacristiana.it/francescospadafora.htm

[31] Koch, H., Proklus als Quelle des Pseudo-Dionysius Areopagita in der Lehre vom Bòsen, Philologus 54, 1895, pagg. 438-454.

[32] Stiglmayr, J., Der Neuplatoniker Proklus als Vorlage des sogenannten Dionysius Areopagita in der Lehre vom Übel, in: Historisches Jahrbuch, 16, 1895, S. 253-273, 721-748.

[33] {Le parole esatte di Koch furono:  Dionysius ist ein Fälscher, der seine Person unter einem Pseudepigraphon verbirgt und der folglich auch, um die Fiktion nicht zu stören und sich nicht zu verrathen, seine Quellen in tiefes Dunkel hüllen muß }. Koch aggiunge: «Tutto è misterioso nello Pseudo-Dionigi Areopagita, la sua stessa personalità, il suo maestro Ieroteo, i suoi destinatari, i suoi scritti "perduti", il suo linguaggio, le sue fonti. Ha saputo ammantarsi dell'aureola degli apostoli e ciò lo ha protetto per molti secoli, finché l'inesorabile critica di Lorenzo Valla per la prima volta non lo ha colpito».

[34] Il giudice  può anzitutto rigettare semplicemente la petizione e decretare: “In decisis”, ossia «si sta nella decisione già presa  precedentemente». Si potrebbe ricorrere,  se il caso lo richiede, anche a formule più forti, quale  «In decisis et amplius non proponatur», ma l’effetto non cambierebbe.

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Ritratto di Dayse Martins dos Santos

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