San Vito e i Sette Arcangeli (o Sette Spiriti Assistenti)

Carmine Alvino

Fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è il 15 giugno. Fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, per la particolare e efficace intercessione nelle malattie o specifiche necessità. Vito nacque nell’Africa Proconsolare, occupata all’inizio del V secolo dai Vandali,  alla cui nazione apparteneva la sua famiglia. Suo padre Ila era ariano e di nobile stirpe e sua madre Bianca, virtuosa matrona cristiana di origine romana. La madre morì dopo pochi giorni dal parto, e il bambino fu affidato ad una nutrice, Crescenzia, donna nobile di nascita, povera di beni di fortuna, radicata nella fede cristiana e piena di virtù. La donna accettò il compito di nutrice, sicura di fare la volontà di Dio, compenetrata dalla sublime missione di comunicare con il latte la fede cristiana al tenero bambino. Ancora in tenera età, Vito fu affidato a Modesto, valente maestro e di cristiani sentimenti. Alla scuola della nutrice e del pio Modesto, Vito fece grandi progressi nella coscienza e nella pratica della vita cristiana. Ila, venuto a conoscenza della fede di Vito, usò tutti mezzi per riportarlo alla fede ariana, ma inutilmente. Il re Genserico con feroci editti, voleva fare annegare nel sangue il cattolicesimo. Vito fu condotto davanti ai suo tribunale. La Passio chiama Valeriano il preside della Sicilia di fronte a cui si svolse il primo processo. In realtà questo era il nome dell’imperatore che nel 259 aveva ordinato di espellere i cristiani dalle cariche pubbliche e di espropiarne i beni. Genserico aveva emanato un editto di uguale contenuto contro i cattolici, che furono costretti a fuggire in Sicilia o in Sardegna. I tentativi di ricondurre il figlio alla fede ariana furono ripresi, anche se inutilmente , dal padre. La casa di Ila diventa per Vito luogo di tentazione e di pericolo per la sua fede. Il giovane atleta di Cristo per nulla intimorito dalle subite torture, trovandosi di fronte alla scelta di abbandonare la fede cattolica o la casa paterna, nel sonno, ispirato da un Angelo del Signore, fuggì con i suoi educatori. Imbarcandosi di notte tempo su di una nave, ormeggiata al vicino lido, per divino favore, guidata dall’Angelo del Signore in veste di nocchiero giunse nella dirimpettaia costa siciliana e si rifugiò in un piccolio e remoto villaggio, fuori dalle grandi vie di comunicazione sperando di trovarvi la tranquillità. Il Santo giovanetto ammaestrava la gente idolatra alla verità della fede cristiana; molti si convertirono. Ma la tranquillità durò poco. Genserico nel 440 cominciò ad invadere la Sicilia. La prima grande invasione portò a razzie, lutti e persecuzioni. Lilybeo, la più grande città siciliana dell’epoca, fu distrutta e il suo Vescovo Pascasino fatto prigioniero e deportato a Cartagine. Palermo fu assediata, nonostante l’imperatore Valentiniano l’avesse cinto di nuove possenti mura. I Vandali distrussero le campagne e riuscirono a distruggere la stessa cattedrale e a catturare il Vescovo palermitano Mamiliano che, deportato a Cartagine, morì fra gli stenti in esilio. Intanto, il figlio di Genserico, Unirico, era tormentato da uno spirito immondo. Alcuni soldati, allora, andarono in cerca di Vito che fu trovato in quel lontano villaggio. Per intercessione di Vito, il figlio del re fu liberato dalle vessazioni del demonio. Genserico, ingrato, prima con lusinghe e promesse, poi con minacce, pretendeva che Vito rinnegasse la fede cattolica per aderire alle dottrine eretiche degli ariani. Ma la fede del giovanetto fu incrollabile. Genserico riservò per lui la sorte dei traditori, poiché conservando la fede cattolica aveva tradito il suo re, suo padre e il suo popolo  Vito fu condannato alla morte per mezzo della terribile tortura della catasta.  Era il 15 Giugno del 440. S. Vito Martire, secondo le fonti fu protagonista di un particolare episodio in cui si notò l’assistenza dei Sette Arcangeli. Tale circostanza, era tanto conosciuta che Antonio Lo Duca la citò ne memoriale che presentò alla commissione cardinalizia promossa da Papa Pio IV per la legittimità del culto dei Sette Angeli. Ecco la fonte direttamente dalla storia della sua vita  :  “Vito, fanciullo nobile e fedele, in dodici anni sostenette martirio in Cicilia.  Costui era spesse volte battuto dal padre per ciò che spregiava gl'idoli, nè non li voleva adorare. Udendo ciò Valeriano prefetto fecesi venire innanzi il fanciullo,  e non volendo sacrificare, con bastoni il fece batter;  ma le braccia di coloro che battieno e la mano del prefetto incontanente si seccarono. E gridò e il prefetto e disse: “Oimè che io abbo perduta la mano!”.  Disseli santo Vito: “Vegnano gli dei tuoi e guariscanti, se possono!”.  E quelli disse: “Or tu puo' lo fare?”.  Disse Vito: “Nel nome di Dio sì posso”.  E incontanente pregò per lui e impetrolli che li fosse renduto santade. E disse il prefetto al padre: “Gastiga il fanciullo tuo, acciò che non perisca in mal modo”. Allora quegli il mise in casa, e sforzavasi di mutare I'animo del fanciullo  con diverse maniere di stormenti e giuochi di fanciulle e con altre maniere di diletti.  E abbiendolo rinchiuso incamera, un maraviglioso odore n'uscìo fuori, lo quale riempiette il padre e tutta la famiglia. E ponendo mente ilpadre per l'uscio,  vidde sette Angeli che stavano intorno al fanciullo e disse: “Gli dei son venuti in casa“, e immantanente acciecò.  [Al] grido [suo] tutta la città di Lucca si commosse, sì che Valeriano v'accorse, e domandava quel che gli era intervenuto.  E quelli disse: “Io viddi gl'iddei del fuoco e non pote' patire il volto loro”.  Si che e' fu menato al tempio di Giove,  e per ricoverare il lume de gli occhi promisse il toro con corna d'oro;  ma non giovando nulta pregò il figliuolo che 'l guerisse, e ricoverò il lume per li suoi prieghi.

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