IL CASO DEL VERSO BIBLICO SCARTATO DI TB 3,16 CHE RENDE “MAGNO” ANCHE SAN RAFFAELE. Studio all'interno della pagina.


Studi e ricerche Avv. Carmine Alvino

IL CASO  DEL VERSO BIBLICO SCARTATO DI TB 3,16 CHE RENDE “MAGNO” ANCHE 

SAN RAFFAELE

 

  • TOBIA 3,16 - καὶ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ μεγάλου Ραφαηλ {e la preghiera di entrambi fu accolta davanti alla gloria del grande Raffaele};
  • TOBIA 12,15 -  ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς ἐκ τῶν ἑπτὰ ἁγίων ἀγγέλων οἳ προσαναφέρουσιν τὰς προσευχὰς τῶν ἁγίων καὶ εἰσπορεύονται ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ ἁγίου { Io sono Raffaele, uno dei sette Santi Angeli che presentano le preghiere dei Santi e sono ammessi davanti alla gloria del Santo};
  • APOCALISSE 1,4 χάρις ὑμῖν καὶ εἰρήνη ….  καὶ ἀπὸ τῶν ἑπτὰ πνευμάτων ἃ ἐνώπιον τοῦ θρόνου αὐτοῦ { grazia e pace dai Sette Spiriti che stanno davanti al Trono di Lui};
  • APOCALISSE 4,5 καὶ ἑπτὰ λαμπάδες πυρὸς καιόμεναι ἐνώπιον τοῦ θρόνου, ἅ εἰσιν τὰ ἑπτὰ πνεύματα τοῦ θεοῦ, {e le sette lampade accese ardevano davanti al Trono, esse sono i sette Spiriti di Dio};
  • APOCALISSE  8,2 - καὶ εἶδον τοὺς ἑπτὰ ἀγγέλους οἳ ἐνώπιον τοῦ θεοῦ ἑστήκασιν { ho visto i sette angeli che stanno ritti davanti a Dio}.

IL PROBLEMA DELLA RICOSTRUZIONE DELLA FIGURA LITURGICA DI SAN RAFFAELE
Carissimi amici, stiamo portando avanti una difficile indagine volta al recupero del ruolo scritturistico di San Raffaele, la cui dimensione ontologica ed escatologica è stata deturpata dalla nefasta interpretazione dello pseudo – dionigi.
L’autore, anonimo, delle gerarchie celesti, discepolo dell’esoterista Proclo e del medium e sciamano Giamblico, ha prodotto una strutturazione delle intelligenze celesti, in cui gli Arcangeli Michele e Gabriele venivano posti nel basso dell’ultima gerarchia e pare finanche nell’ultimo dei 9 Cori Angelici.
La cosa particolare sta nel fatto che, il finto Dionigi, non parlava mai di San Raffaele, la cui struttura metafisica fu poi pesantemente ridimensionata da San Tommaso nella Sua Somma teologica, con successiva ricollocazione del medesimo Spirito nel basso dell’ ultima gerarchia accanto ai suoi fratelli Arcangeli.
Nel presente ambito di recupero liturgico della figura di San Raffaele, il problema essenziale e dirimente è costituito dall’aspetto metodologico ed epistemologico della scelta delle fonti,  laddove come nel caso del libro di Daniele, e/o soprattutto in quello di Tobia siamo in presenza di una pluralità di sorgenti documentali . 
Difatti, con riferimento a Tobia, sussistono almeno tre  varianti principali rispettivamente denominate: GI (CODICE ALESSANDRINO/VATICANO) ; GII (CODICE SINAITICO)  ; GIII (MANOSCRITTO DI FERRARA) , molto diverse tra loro, che vanno ad indicare una maggiore complessità profetica  rispetto a quella laconicamente ricavabile dal testo CEI 2008. 
Per esempio, andando ad analizzare i surriferiti codici del libro di Tobia abbiamo notato una soppressione di un intero periodo in cui S. Raffaele era invocato sul modello del Michele di Dn 12,1 come Grande Angelo, espressione che manca invece nel testo CEI.
C’è da dire sul punto che la CEI o le Edizioni San Paolo sembrano trarre il testo tradotto di Tobia, seguendo l’impostazione del Codice Sinaitico. 

Ma sulla questione abbiamo forti dubbi perché il testo di Tobia 12,15 del sinaitico: 
«Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che stanno al servizio di Dio e che hanno accesso al Signore glorioso», 
non corrisponde con il testo di Tb 12,15 riportato dalla CEI 2008: 
«Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore».
Secondo Marco Zappella, grande commentatore del libro di Tobia – si legga TOBIT introduzione, traduzione e commento, Edizioni San Paolo : 
« …  Singolare è il caso della nuova traduzione CEI: uno dei criteri fissati per la revisione era il confronto sia con i testi critici sia con la Nova Vulgata . Nel caso del libro di Tobit la nuova traduzione CEI manca i due bersagli: non segue del tutto iltesto stabilito da Hanhart (p. es., colma arbitrariamente le lacune) e mette da parte la NovaVulgata , la quale a sua volta è il risultato di un’opera di collazione tra l’edizione critica diHanhart e il manoscritto Vercelli 22 della Vetus latina !».
 Allora appare chiaro che nel caso del libro di Tobia, la traduzione italiana proposta dalla santa sede potrebbe aver attinto da tradizioni diverse non tutte congruenti e dotate perfino di fantasiose aggiunte 


IL CASO DI TB 3,16 – Ραφαηλ ὁ ἄγγελος ὁ μέγας
Il problema si complica in casi in cui, differentemente dal sentimento del capitolo 12,15 dove permangono interamente le funzioni dell’Angelo Raffaele, variando la dimensione dei suoi ministeri, un fatto gravissimo si registra con riferimento al passo di Tb 3,16 dove, si assiste non solo ad un mutamento di significato ma anche ad una variante teologica non di poco conto.
In sostanza, il codice sinaitico di Tobia 3,16 recita:
« In quel medesimo momento la preghiera di ambedue fu accolta davanti alla gloria di Dio» [ἐν αὐτῷ τῷ καιρῷ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ θεοῦ]
ed in ciò sembra essere stato seguito dalla CEI e dalle SAN PAOLO nelle loro traduzioni, mentre il Codice Alessandrino/ Vaticano presenta una testimonianza molto diversa:
« ...le preghiere di entrambi furono condotte davanti alla gloria del Grande Rafael» 
[ καὶ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ μεγάλου Ραφαηλ ]
Prendendo per le mani il codice Alessandrino/Vaticano, il discorso dunque del passo in questione sembra cambiare e si nota la differenza sostanziale di impostazione teologica. 
Nella traduzione della CEI - che dovrebbe seguire il sinaitico - non viene dato alcun risalto all’ Angelo Raffaele e al suo ruolo di intermediazione celeste - la quale ricompare nel medesimo passo dell'alessandrino/vaticano.


L'ANGELO DEL VOLTO (MALACK PANIM)

Per capire il problema metodologico in questione  dobbiamo  introdurre il tema del c.d. angelo del volto, figura di messo celeste, presente e non presente allo stesso modo nella Bibbia
La figura del Malack Panim – Angelo volto,  trova  presenza scritturistica esplicita  in ISAIA 63,9 , ma la traduzione italiana non rende il significato originario della rivelazione biblica esplicitando:  
«in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati»  
 L’  «ANGELO DELLA PRESENZA»  collocato e nominato proprio qui è scomparso dal testo italiano per una diversa riflessione dei compilatori della Bibbia sulla soteriologia della salvezza.  
I masoreti pensano che la salvezza sia da attribuirsi ad un Angelo, in primo luogo, mentre le settanta, ritengono che la figura angelica vada eliminata, attribuendo la salvezza solamente a Dio.
A causa di tale divergenza, la Bibbia italiana segue a sua volta la tradizione greca dei LXX, che non nomina alcun Angelo del Volto; mentre la Vulgata segue la tradizione dei masoreti.  
La Tanakh – Isaiah Capitolo 63,9, presenta correttamente l’  ûmalə’aḵə pānāyw  seguito a ruota dalla King James Version di Isaia 63,9, che traduce correttamente:   «…In all their affliction he was afflicted, and the angel  of his presence saved them…». [Fu afflitto in tutte le loro afflizioni, ma l’ Angelo della Presenza li ha salvati].
I  XLL invece recitano :  
«… οὐδὲ ἄγγελος ἀλλ᾽ αὐτὸς κύριος ἔσωσεν …». [Isaiah 63,9] 
 οὐδὲ (oude /  e non )  ἄγγελος (Aggelos / l’ Angelo )  ἀλλ᾽ (alla /  ma )  αὐτὸς ( autos / il medesimo )  κύριος  (Kurios / Signore)  ;  
come si potrà notare facilmente, nei LXX a salvare non è l’Angelo ma è Dio mentre  nell’originale di Isaia  63,9  si trovava menzione proprio della parola: Angelo/ Malack – ךאלמ  – della faccia/ Panim – םיפּנָ - vocalizzato:   “ÛMALƏ’AḴƏ PĀNĀYW”.  
Singolare che nella volgata latina l’Angelo del volto sia tutt’ora presente, perché il passo recita:  « In omni tribulatione eorum non est tribulatus, et angelus faciei ejus salvavit eos  » 
a conferma che per il passo in questione si è preso ciò che conveniva al momento. 
La frase esatta del testo sarebbe dunque   «…in tutte le angosce fu afflitto, e l’  ANGELO DELLA SUA  PRESENZA li ha salvati…» [Isa 63,9].  
Insomma l’ Angelo della presenza” è scomparso in italiano per via di un contrasto tra varianti linguistiche: in primo luogo metodologia e epistemologia prevalgono sulla dimensione liturgica. 
Questa lettura assume maggiore significato e si svela  se ricordiamo che in Esodo 23,20-21 ,  Dio dichiara:  
«…Ecco, io mando un angelo (ךאלמ  Malach vocalizzato MALƏ’ĀḴƏ)  davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato.   Abbi rispetto della sua presenza (םיפּנָ Presenza o Faccia o  volto, da Panim , qui vocalizzato MIPANAYW) , ascolta la sua voce e non ribellarti a lui…». 
 Qui Dio, che manda l’ Angelo che porta il suo nome, dice dunque ancora una cosa, e cioè  che la sua presenza merita rispetto.  
Notiamo ancora una volta nascosto il MALACH PANIM, L’ANGELO DEL VOLTO. L’ Angelo che porta il nome e il Volto di Dio sono dunque sostanzialmente equivalenti (persino intercambiabili) in questi brani, fornendo un fertile terreno esegetico per il collegamento tra l’Angelo di Dio e il volto ipostatico del Signore cioè a dire: “La massima approssimazione alla “nostra immagine” fatta a somiglianza di Dio sarà data dall’ l ’Angelo del Volto”:  il più vicino al Trono di Dio».  
È quell' Angelo a conferire alla Faccia la sua forza, «una forza» scrive Emmanuel Levinas  - capace di convincere anche chi non vuole ascoltare. 
 La categoria degli «Angeli del volto» , non solo è  presente nel Testo Sacro  ma  trova risconto anche nelle fonti apocrife. 
Nel Testamento di Levi, ad esempio, nella disposizione delle diverse Gerarchie Angeliche nei diversi cieli, sotto al cielo più alto in cui risiede Dio ci sono gli Arcangeli o «angeli del Volto», che prestano il loro servizio e placano il Signore per tutti i peccati di ignoranza dei giusti. Offrono al Signore un aroma profumato, un sacrificio spirituale e incruento (3,5-6). 
Questa Angelologia è strutturata con una Gerarchia rigorosa, come in ogni esercito che si rispetti: al comando dei Figli della Luce vi è Michele, «uno dei primi principi» , neanche a farlo apposta. 
Conseguentemente stare innanzi a Dio significa rispecchiare quell’antico ed alto ministero degli Angeli del volto. 
Non è un caso che a Maria Vergine sia stato inviato proprio uno di questi, come tramandatoci dall’Evangelista Luca: «Sono Gabriele che sto al cospetto di Dio» e che lo stesso abbia utilizzato una espressione molto  simile  : « ἐγώ εἰμι γαβριὴλ ὁ παρεστηκὼς ἐνώπιον τοῦ θεοῦ».   
Tale sentimento trovasi presente pure nel libro di Daniele (Dn 10,13) dove, si fa cenno ad un gruppo di  «Primi Principi» : « Μιχαηλ εἷς τῶν ἀρχόντων τῶν πρώτων », in ebraico Sarim (principi) e Harishonim/Rosh (più antichi o primi per gerarchia)  che vengono in soccorso dell’ umanità, tra i quali Michele è tralaltro il Principe Massimo di Dn 12,1, cioè il Sar (Principe) Haggadol (per eccellenza/massimo)  come si afferma nelle due versioni della Bibbia greca oggi disponibili : « Μιχαηλ ὁ ἄγγελος ὁ μέγας» e/o « Μιχαηλ ὁ ἄρχων ὁ μέγας».
Ora, seppur scritturisticamente Raffaele è uno dei sette principi – probabilmente uno dei Sarim Harishonim suindicati -  la teologia ufficiale della chiesa gli riconosce un ruolo di scarso livello tra le fonti. 
 A mutare forse il sentimento in questione, la variante di Tb 3,16 che riattribuisce a S. Raffaele il rango scritturistico che meriterebbe, e chiarisce meglio alcuni passaggi. 
Come detto però  il testo CEI2008 del passo di Tb 3,16 recita: 
« In quel medesimo momento la preghiera di ambedue fu accolta davanti alla gloria di Dio», 
mentre precisa poi in Tb 12,15 la medesima cei 
« Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore». 
È  questa seconda traduzione che fa propendere per una derivazione non testuale dal codice sinaitico che al contrario recita : 
«Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che stanno al servizio di Dio e che hanno accesso al Signore glorioso» [ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς τῶν ἑπτὰ ἀγγέλων οἳ παρεστήκασιν καὶ εἰσπορεύονται ἐνώπιον τῆς δόξης κυρίου ]. 
Non sappiamo dunque da quale fonte la CEIabbia attinto la propria traduzione. Non possiamo però negare un solco dato dal sinaitico, ma non completamente sviluppato.  
Oggi il codice sinaitico è consultabile online al sito https://www.codexsinaiticus.org/en/manuscript.aspx  e riporta questa definizione di Tb 3,16:     « ἐν αὐτῷ τῷ καιρῷ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ θεοῦ »,
«…In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio…».
L’attenzione di questa definizione è tutta portata verso Dio, vero autore della salvezza. 
Raffaele qui non esiste, un po’ come accaduto per l’Angelus Faciei divino». 
 


IL PROBLEMA E LA RICOLLOCAZIONE DI RAFFAELE
Prendendo per le mani però il passo identico di Tb 3,16 del Codice Alessandrino/Vaticano, il discorso sembra cambiare e si nota la differenza sostanziale di impostazione teologica. 
Nella traduzione della CEI non viene dato alcun risalto all’Angelo Raffaele e al suo ruolo di intermediazione celeste. 
La traduzione non aderisce neanche completamente al Codice Sinaitico, e si tratta dunque di una parziale e ulteriore rielaborazione. 
Le connessioni con l’Apocalisse di San Giovanni sono evidenti soprattutto per la circostanza che nei capitoli di seguito riportati si legge quanto segue in adesione con Tb 12,15 :
APOCALISSE 1,4 «Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette Spiriti che son davanti al suo trono»
1. et a septem spiritibus qui in conspectu throni ejus sunt
2. καὶ ἀπὸ τῶν ἑπτὰ πνευμάτων ἃ ἐνώπιον τοῦ θρόνου αὐτοῦ
APOCALISSE 4,5 «sette lampade accese ardevano davanti al trono, sono i sette spiriti di Dio».
1. et septem lampades ardentes ante thronum, qui sunt septem spiritus Dei.
2. καὶ ἑπτὰ λαμπάδες πυρὸς καιόμεναι ἐνώπιον τοῦ θρόνου, ἅ εἰσιν τὰ ἑπτὰ πνεύματα τοῦ θεοῦ,
APOCALISSE 8,2: «Vidi i sette angeli che stanno ritti davanti a Dio» 
1. Et vidi septem angelos stantes in conspectu Dei
2. καὶ εἶδον τοὺς ἑπτὰ ἀγγέλους οἳ ἐνώπιον τοῦ θεοῦ ἑστήκασιν,
Si capisce inevitabilmente che questi sette svolgono un ruolo soteriologico indefettibile, conducendo le preghiere dei Santi, all’interno del Sancta Sanctorum Celeste.
Per questa ragione il verso di TB 12,15 del codice Alessandrino/Vaticano, riflettendo su questo ministero unico e irripetibile presenta una complessa espressione liturgica: 
«Io sono Raffaele, uno dei sette santi angeli, che portano lassù (o presentano) le preghiere dei santi e sono ammessi davanti alla gloria del Santo»
 [ἐγώ εἰμι Ραφαηλ εἷς ἐκ τῶν ἑπτὰ ἁγίων ἀγγέλων οἳ προσαναφέρουσιν τὰς προσευχὰς τῶν ἁγίων καὶ εἰσπορεύονται ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ ἁγίου].
Per tali ragioni il testo di Tb 3,16 del Codice Alessandrino / Vaticano  è in preparazione della rivelazione finale, che si concluderà con questa grande angelofania.
Esso pertanto cambia notevolmente rispetto  al sinaitico e recita: 
«…in quel momento le preghiere di entrambi furono condotte davanti alla gloria del Grande Raffaele»
καὶ εἰσηκούσθη ἡ προσευχὴ ἀμφοτέρων ἐνώπιον τῆς δόξης τοῦ μεγάλου Ραφαηλ
καὶ εἰσηκούσθη (eisekusthè – furono ascoltate)  ἡ  προσευχὴ (proseukhḗ le preghiere)  ἀμφοτέρων (amfotéron - insieme)  ἐνώπιον (enopion davanti) τῆς δόξης  (tes doxes alla gloria) τοῦ μεγάλου Ραφαηλ (del grande Raffaele).
L’aggettivo μεγάλος  (megálos)  deriva dalla medesima parola  μέγας (mégas) utilizzata da Teodozione e dai LXX per descrivere l’eccellenza di San Michele in Dn 12,1  e significa grande – eccellente, massimo. 
L’azione di intercessione e intermediazione diviene allora più chiara: Raffaele, è un Malack Panim, angelo del volto di Dio, uno dei Sette che portano le preghiere dei Santi Davanti al Santo Glorioso. 
Qui il senso è di richiamare un Angelo di massimo livello: un Arcangelo o uno dei primi principi di Daniele 10,13.
Questi sette sono dunque vere e proprie persone nonché mediatori di Cristo – Re. 
La dimensione escatologica di queste rivelazioni investono direttamente l’Apocalisse di San Giovanni, recuperando il senso reale e  soteriologico dei Sette Spiriti che stanno davanti al suo Trono.


IL PARERE DI UN ESPERTO
Su queste differenze tra varianti, l’esimio e celebre professore Giancarlo Toloni , dell’università Cattolica del Sacro Cuore, ed autore di numerose opere tra cui « L'originale del Libro di Tobia: Studio filologico-linguistico», ci ha onorato di una sua delucidazione , anche sull’eventuale presenza di un originale ebraico e aramaico qumranico: 
« Egr. Avv. Alvino … Ho verificato quanto accenna, ed effettivamente nella clausola di Tob 3,16 i testimoni greci del testo (G I e G II) propongono due lezioni molto diverse. Più che legittimo, perciò, interrogarsi se tale divergenza dipenda dal fatto che ciascuna di esse supponga un archetipo semitico diverso rispetto a quello dell’altra, o se essa sia nata da una svista o da una libera interpretazione del traduttore greco. Purtroppo in questo caso i testi qumranici non sono d’aiuto, dato che il passo che a Lei interessa non è attestato in nessun frammento dei cinque manoscritti (come sa, quattro scritti in aramaico e uno in ebraico). (Cf. J.A. Fitzmyer, "Tobit," In M. Broshi et al. (eds.), Qumran Cave 4, XIV: Parabiblical Texts, Part 2 (DJD 19), Oxford: Clarendon Press, 1995, pp. 13-14; K. Beyer, ATTM. Ergänzungsband, Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht 1994, p. 137;  F. Garcia Martinez - E.J.C. Tigchelaar (eds.), The Dead Sea Scrolls Study Edition, I, Leiden: Brill, 1997, pp. 384-385; 396-397). Il problema esegetico viene quindi circoscritto alle recensioni greche, in particolare consiste nel valutare se sia più attendibile la lezione del G I (che si basa sul Codex Vaticanus e sull’Alexandrinus), cioè τοῦ μεγάλου Ραφαηλ, “del grande Rafael”, o quella del G II (fondato sul Codex Sinaiticus e sulla Vetus Latina), cioè τοῦ θεοῦ,“di Dio” (Cf. R. Hanhart, Tobit (Septuaginta. ), Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht 1983, p. 85a.b). Bisogna quindi interrogare gli apparati critici, dove si annotano (ibid., p. 85b, n. al v. 16) anche le varianti del testo riportate da alcune forme della VL, cioè summi dei (ripresa anche nella Vulgata) e domini, che sono quindi a sostegno della lezione del G II. Del resto, come sa, attualmente la critica propende in gran parte in favore della prossimità del G II all’originale semitico, piuttosto che del G I (più accreditato in passato, per la verità). Questioni teologiche esulano da questo ambito preliminare dell’indagine critica, strettamente filologico, ma possono forse lasciar intravedere cosa possa aver influenzato la nascita della variante del G I (ma questo è un campo arduo da percorrere, perché molto discrezionale e non documentabile)».


CONCLUSIONE
Nel IV° secolo, appare chiaro che vi fu una manipolazione delle fonti di Tobia, provocando una scissione di un testo meno appariscente e meno  orientato verso la protezione angelica e dei Sette Arcangeli.
Le divergenze tra i codici sono molto evidenti, ma la traduzione della CEI, marginale e incompleta, riflette l’errore liturgico dello pseudo – dionigi, e la sua impostazione teologica volta alla demolizione dei Sette Arcangeli Assistenti.